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Discorso di un albero sulla fragilità degli uomini – Olivier Bleys

09/04/2019

Una famiglia di cinesi di modestissima condizione, nella Cina odierna, lanciata verso sviluppo, modernità e arricchimento. E se lo sviluppo passa per la costruzione di una miniera di terbio, ed occorre spazzare via una intera città per fare spazio ad un enorme buco, pazienza. Eppure c’è la famiglia del signor Zhiang, che è finalmente riuscita a comperare la casa in cui vivono da generazioni. Casa e terreno che gli appartengono, compresi il sottosuolo e il cielo fino a dove passano gli aerei. E nel giardino c’è un albero, un sommacco, che ha visto nella sua lunga vita eserciti e guerre passare e sostare sotto alle sue fronde. E anche questa volta assisterà alla lotta impari tra il signor Zhiang e le forze scatrnate del progresso e del denaro.

Un libro brutale e delicato al tempo stesso: brutale perché ci butta in faccia la miseria di vita di una famiglia, in cui il capofamiglia è costretto a cercare tra i ruderi di fabbriche e cantieri il carbone necessario a riscaldare la casa malandata che ospita lui, moglie, figlia, suocera e prozio. Delicato perché la loro vita è permeata da una vena sottile che non è semplice ottimismo, ma raffinata voglia di vivere e di rimanere a galla nell’arena della vita, con in corpo una buona dose di velata allegria e sorriso sulle labbra.

Una sonora lezione per chi vive angustiato da mille paturnie più o meno fittizie.

E l’albero del titolo? Come in una pittura cinese, compare sfumato all’inizio e al termine del resto. Tutto il resto, in mezzo, è pura vita.

 

“Discorso di un albero sulla fragilità degli umani”

Olivier Bleys

Edizioni Clichy

Caselle Torinese, 09 aprile 2019. Abbiamo avuto la prima vera pioggia dopo mesi. Ora il clima è ritornato sui binari della stagione. Ci resterà a lungo?

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Una geografia profonda – Barry Lopez

20/03/2019

barry lopezLeggere i libri di Barry Lopez significa immergersi nella natura con uno sguardo nuovo. L’autore ha viaggiato per i luoghi più deserti e selvaggi del pianeta, ma non troveremo nei suoi scritti i resoconti classici di quanto siano incantevoli questi luoghi lontani. No, nel leggere Barry Lopez ciò che colpisce è il sentimento di intimità con il mondo selvaggio. Intimità che spesso nasce dal colloquio dell’autore con le popolazioni locali, con coloro che in qualche modo nel corso delle generazioni hanno coltivato un rapporto intimo e profondo con la natura che li circonda. E’ per questo che Lopez evoca la necessità profonda, se si vuole capire il mondo naturale, di farlo spogliandosi delle strutture accademiche e culturali, per cercare un rapporto il più vicino e stretto possibile con la natura più profonda dei luoghi. Lopez non parla di anima dei luoghi, forse per stare alla larga da implicazioni “religiose”, con tutte le connotazioni e sbandamenti che tale concetto presuppone.

Semplicemente, Lopez osserva che, nel conoscere un luogo nuovo, più che ai musei preferisce dirigersi verso chi quel luogo lo ha coltivato, vi ha cacciato o pescato, lo ha percorso in cerca di risorse, sempre con un occhio di riguardo alla vita selvaggia e il cuore disposto allo stupore e all’accoglienza dell’imprevisto che la natura può riservare.

Secondo questi presupposti, per Lopez è indispensabile impostare una nuova geografia nazionale, che non sia tanto geografia di luoghi belli “standardizzati”, ma sia appunto strumento per avvicinare con amore e consapevolezza l’animo umano a quanto sta alla base di un luogo – che sia un paesaggio mozzafiato, l’ansa di un fiume, un gruppo di alberi in città. Ciò che occorre, in fondo e soprattutto, sono consapevolezza e intimità. Possono arrivare da soli, forse, ma ascoltare la voce di chi quei luoghi li ha vissuti, amati e fatti suoi è forse meglio. Questo perché intimità conduce a immaginazione, e la perdita della possibilità di immaginar(si) nella natura è appena meno peggio che il perdere la natura stessa.

 

“Una geografia profonda – scritti sulla Terra e l’Immaginazione”

Barry Lopez

Traduzione e cura di Davide Sapienza

Galaad Edizioni

Caselle Torinese, 20 marzo 2019.  Rassegnati ormai a una siccità astiosa e cattiva?

La manutenzione dei sensi – Franco Faggiani

17/03/2019

manutenzione sensiTrasferirsi in montagna può essere terapeutico, certo. Quando sei un giornalista stanco del tuo lavoro, tua moglie è morta nel sonno dieci anni prima, tua figlia Nina se ne va a Boston a studiare, tuo figlio adottivo Martino ha la sindrome di Asperger, tu hai un po’ di soldi con cui comperare e restaurare una baita nel bosco sopra Cesana Torinese, ti inserisci senza problemi nella vita sociale del luogo, ebbene,  allora sì che la montagna è terapeutica.

Tutto bello, accattivante, intrigante. Certo.

Il libro è scritto molto bene, i personaggi sono delineati alla perfezione, la vicenda in sé scorre via in modo piacevole. Ma quante volte capita che sia sempre tutto così perfetto da un certo momento della vita in poi? Mai un dubbio, uno screzio, una incrinatura nell’incastrarsi degli eventi, degli incontri, delle situazioni.

La lettura alla fine mi ha lasciato perplesso: un libro in cui accade poco, perché molto è già successo prima, e che rivela una parentesi di vita quasi perfetta. Un libro sul “come vorrei che cambiasse la mia vita, da adesso in poi, senza troppe domande sul futuro”.

Si, perché no… irreale, non trovate?

 

“La manutenzione dei sensi”

Franco Faggiani

Fazi Editore

 

Caselle Torinese, 17 marzo 2019.  L’inverno se ne è andato, o non è mai giunto. Almeno sono finiti gli incendi dei boschi, ma fino a quando?

Sentieri di Bracchiello

15/03/2019

Rocca Moross tra il fumo degli incendi

E’ da un po’ di tempo che non giro più per monti. Vuoi per altri impegni, vuoi per non subire la visione di monti secchi e inariditi da un inverno così asciutto che gli sci sono rimasti in cantina a stagionare.

Il ritorno ai monti avviene sui sentieri dietro casa, in luoghi vicini eppure inesplorati. Bracchiello, in Val di Lanzo. La strada tra Ciriè e Lanzo è invasa dal fumo degli incendi che divorano i boschi di Cafasse, Givoletto e Corio. Altro segno di un clima che sta cambiando, e che mostra il alto oscuro di forze arcane scatenate dall’uomo e prive di logica e pietà.

Un caffè a Pessinetto riconcilia con l’umanità, attraverso l’animata giocondità di due ragazzini che si preparano per andare a scuola. A Bracchiello lasciamo l’auto nel piccolo parcheggio ancora in ombra. Rifornimento di acqua alla fontana presso al chiesa, e si parte per il sentiero 261, rimesso a nuovo dal CAI di Lanzo.

Ho sempre amato questi sentieri di collegamento che corrono a mezza costa sulle pendici dei monti. Saliscendi moderati e la possibilità di osservare sia il alto a monte che il dirupo verso valle. Qui i castagni sono ancora padroni della montagna. Di fianco a giganti spossati sorgono nuove ceppaie, e tra tutti tengono a bada il sottobosco.

Una barra rocciosa è superata con una imponente scala in pietra, parte intagliata e parte costruita a secco. Commovente, nella parte bassa, la presenza di una “posa”, sorta di mensola in pietra dove ci si fermava a poggiare il carico che gravava sulla schiena e quindi rifiatare.

Monti di Voragno, ovvero gruppo di case in parte restaurate, posto in una conca soleggiata raggiunta da una pista forestale. In giro nessuno, eppure si sente che la borgata è ancora viva. Da qui inizia la salita a Santa Cristina, per un sentiero ben segnato che zigzaga in una faggeta ben tenuta. SI vede che i boschi, qui, sono ancora ben diretti e gestiti.

L’arrivo a Santa Cristina è sempre emozionante: dal foto del bosco ci si ritrova proiettati su una guglia a picco su due valli. La vista è impagabile, con la carta in mano si studiano nuove gite e scoperte.

C’è tempo per uno spuntino e per far asciugare la camicia al sole. Sole che ha una tinta gialla inconsueta, a causa del fumo degli incendi boschivi.

In discesa verso i Monti sbinocoliamo il versante di Voragno, alla ricerca di tracce di una antica miniera di talco. Individuiamo una possibile discarica e infine un insieme di muri in pietra molto importanti. Decidiamo che là è la miniera, e quella sarà la nostra prossima meta.

Ciò che dall’alto si vedeva bene, dal basso è assai difficile da individuare. Un po’ di fiato e di fortuna ci portano sull’antico sito minerario. Muri che sostenevano una teleferica, un falsopiano e siamo all’imbocco dell’unica galleria, invasa dall’acqua. Lavori abbastanza modesti, anche se c’è tutto ciò che fa una miniera.

Prelevato qualche campione di talco, scendiamo di nuovo ai Monti, dove pranziamo distesi al sole e riparati dal vento.

Poi è ora di rientrare, ma decidiamo di cambiare strada e seguire il sentiero 260, che ci porterà a Voragno –forse – con un giro più largo.

Dopo qualche minuto ci compiacciamo della scelta di allungare il percorso. Siamo immersi in una faggeta bellissima, costellata di case coloniche ormai abbandonate.

A poca distanza dal sentiero troviamo due cippi commemorativi di due cacciatori, morti entrambi da queste parti. Mi chiedo se il luogo di presti a tali fini terribili: siamo in auna faggeta molto ariosa, su un versante non troppo scosceso. Sarà, nessuno sceglie dove e come morire, ma fare una brutta fine qui mi sembra assurdo.

Il sentiero prosegue, arrivati alle Case Belfè diventa strada sterrata e poco dopo inizai a scendere precipitosa su Bracchiello. Una sosta alla cava a prelevare campioni di tremolite, e siamo all’auto.

E’ stata una bella gita di esplorazione di sentieri ignoti, in un ambiente piacevole di bosco e montagna.

Ci resta però una inquietudine di fondo, derivata dall’avere constatato l’esagerata aridità del sottobosco: durerà a lungo tutta questa bellezza? Verrà qualche piromane criminale a rubarcela, solo per il suo effimero momento di gloria nascosta?

Non sappiamo che rispondere, ci godiamo il sole caldo e con calma ci avviamo al ritorno a a casa

 

Pastorale americana – Philip Roth

12/02/2019

Una vita di successo, il sogno americano, il riscatto dell’immigrato, il trionfo della buona volontà: potrebbe esserci tutto, nella vita dello “Svedese”, imprenditore di successo partito sulle spalle del padre, fabbricante di guanti in Newark, nel primo dopoguerra. E’ un ragazzo d’oro, bravo a scuola eccellente al liceo come sportivo: il ragazzo che tutti vorrebbero come fidanzato della propria figlia. E si sposa niente meno che con Dawn, ovvero Miss New Jersey. E mette al mondo una figlia bellissima.

E poi tutto crolla, e allora assistiamo alla strenua lotta dello svedese per tenere assieme la famiglia, o il ricordo di essa. Ci fermiamo al 1974, non andiamo oltre nella sua vita, nel suo secondo matrimonio e nei suoi splendidi tre figli… già ci basta la prima. Il senso di smarrimento che lo assale nello scorrere degli anni, il volere cercare una consolazione che non si trova. Fino a culminare nell’ultimo capitolo, la descrizione di una cena grottesca dove le sue convinzioni e ancore di salvezza andranno definitivamente in frantumi. Libro crudo che narra senza spiegare, ritratto di una America che si trova lacerata e spezzata nel momento della sua apoteosi di potenza economica. Triste parabola discendente di una famiglia e una nazione che si vedevamo potenti e coese, e si ritrovano sconosciute sotto lo stesso tetto e divise in modo inconciliabile.

Il silenzio – Erling Kagge

21/01/2019

In un mondo di chiasso e chiacchiere per lo più vane il silenzio diventa una merce preziosa, soprattutto se lo si sa coltivare ed apprezzare. Ma cos’è il silenzio? Dove lo si trova? Perché oggi è così importante? A queste tre domande l’autore pone trentatré diverse risposte, mediate dalla sua vita avventurosa e da interviste ad artisti, poeti, inventori e scienziati. Ne viene fuori un quadro interessante e multiforme, dai quali emerge l’importanza del fare silenzio attorno a sé o, in mancanza di un luogo adeguato, del crescerlo dentro in situazioni difficili. Libro interessante da leggere, ma che non va troppo oltre l’enunciazione di tante piccole verità che portano a poco, se non alla necessità di coltivare un  “pergolato di tranquillità” nella propria vita, ogni giorno. Il che, tutto sommato, sarebbe già una grandiosa conquista.

 

“Il silenzio”

Erling Kagge

EINAUDI

Caselle Torinese, 21 gennaio 2019.  Lunedì di eclissi lunare, in attesa della neve?

Da La Cassa a Baratonia e ritorno

20/01/2019

Bel giro ad anello in assetto da trail. Partito dal municipio di La Cassa, salito verso il Monte Bertrand ma a quota 562 presa mulattiera che scende verso vallone. Dal ponticello si stacca uno scomodo e quasi invisibile sentiero segnato in rosso su piante che porta ad una pista forestale. Si aggira la Tenuta Valceronda e si incrocia una carrareccia segnata fino ai ruderi del castello di Baratonia. Discesa alla cappella di San Biagio a fare il punto carta, per poi ritornare sui propri passi, oltrepassare il castello e proseguire nel bosco che culmina in un altopiano da dove si arriva finalmente a Baratonia (cappella di San Grato), gran bel posto panoramico aperto sulla conca di Varisella. Di qui giù per strada asfaltata, poi ancora sistema di carrarecce che conducono, lungo il Ceronda, fino all’altezza del cimitero di La Cassa da dove si risale in piazza. Colori vivi, piante secche, in alto neve che si scioglie, in mezzo il piccolo feudo dei visconti di Baratonia, il cui castello langue in un bosco. Si scoprono luoghi suggestivi come le cappelle di San Biagio e San Grato, oppure la fontana del pilone a due passi dalla Ceronda e da La Cassa. Insomma, alla fine risulta un gran bel giro per fare andare le gambe su sentieri poco battuti a due passi da casa.