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La luna nel quartiere – Marco Dardanelli

21/09/2017

“Gagnu malefic “ a Torino negli anni 60: equivale al “Gagnu rupi”, titolo che avevo sentito affibbiare ad un tale negli anni 70? Non saprei, certo è però che le vicende della banda dei ragazzi di Via Gubbio Interno, nella Torino popolare degli anni ’60, sono gustose e intriganti. Gustose perché vere, intriganti perché ci fanno ritornare indietro a quando si era ragazzi e certe situazioni si proponevano, non uguali ma simili. Le prime passioncelle, la paura di sentirsi inadeguati, la ricerca di un gruppo di amici con i quali condividere l’esplorazione della via, del quartiere, della città. Per chi – come me – è nato e cresciuto in provincia leggere di queste avventure cittadine libera la fantasia su quel che poteva essere e non è stato, su quel che si è avuto in cambio (nel bene e nel male). Comunque sia, scrivere della propria adolescenza è un rito liberatorio e, se fatto con distacco e ironia, diventa anche un modo per consegnare alla memoria tracce di vite minime che però sono importanti per tutti, ancora adesso. In questo l’autore è riuscito pienamente, consegnando un libro che è autobiografia, storia di un quartiere e di una generazione cresciuto sulla rampa ascendente del boom economico, passando dal modesto appartamento alla casetta con un pezzo di terra attorno, o alla casa decisamente più grande con una stanza per ogni famigliare.

Pagine che scorrono veloci, come veloce è stato l’incalzare di quel mitico decennio, con accenni e riferimenti alla vita politica italiana e soprattutto alla musica che arrivava da Inghilterra e Stati Uniti, musica che ha davvero segnato la vita dell’autore come una colonna sonora continua e irrinunciabile.

 

“La luna nel quartiere” di Marco Dardanelli – Editrice Baima e Ronchetti

Caselle Torinese, 21 settembre 2017 – l’estate finisce in un tripudio di stelle serene e fredde

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Minima Ruralia – Massimo Angelini

15/09/2017

Difficile immaginare che in un libretto così ridotto si possano nascondere tanti concetti importanti e profondi. L’autore ci parla di contadini, di semi, di ritorno alla terra, con un tono a metà tra il sorpreso e il dotto che avvince e innamora. Sorpreso nello scoprire una saggezza antica che non è nostalgia dei tempi andati inzuccherata ad uso di cittadini e villeggianti, ma autentico stupore nel ritrovare negli usi e nelle consuetudini passati la traccia di un sentire e vivere legati intimamente ai ritmi della terra e delle stagioni, tanto da dire che le varietà “tipiche” sono semi, piante e frutti che nel corso del tempo si sono diffuse in un luogo, sono state tramandate di generazione in generazione dagli abitanti del luogo e ora e da ora si identificano con quel luogo stesso (intendendo come luogo non solo lo spazio fisico, ma anche il contesto sociale e culturale delle persone che si trovano ad agire “su” quel luogo). E così il discorrere della tipicità di una patata è un mezzo – diciamo anche un pretesto – per narrare della persistenza di una agricoltura lontana dall’industria commerciale che ora la caratterizza. Agricoltura di autosussistenza, o di sussistenza di pochi, che si vorrebbe allargare ad altri – non molti per non snaturarla – in modo da scoprirla sul serio, senza per questo metterla nelle mani di intellettuali, cittadini reinventati, speculatori e affabulatori di mestiere. Scopo non semplice, ma tuttavia individuato nelle sue linee e richieste precise nella “Campagna per il riconoscimento dei contadini”, di cui sarebbe bello avere notizie ulteriori. Un libro che scorre via lento, lascia solchi che vanno approfonditi, semina dubbi e scrolla vane certezze sul predominio della ragione. Significative le parole dell’ultimo capitolo, con la contrapposizione tra epoca simbolica del Medio Evo ed epoca diabolica del Rinascimento, con lo strappo tra ragione e spirito che rende l’anima senza corpo un fantasma, e un corpo senza anima un fantoccio.

Da tenere da parte, e rileggere ogni tanto, a brevi sorsi

 

“Minima ruralia” di Massimo Angelini – Pentagora

Caselle Torinese, 15 settembre 2017 pioviggina ma non bagna e non basta…

Tra ghiaccio, roccia e cielo – tour dei ghiacciai della Vanoise

04/09/2017

Dome de Chasseforet

Per digerire meglio le botte incassate sul Bernina non c’è nulle di meglio di una cura drastica di montagna fatta di sentieri, camminate e rifugi dove le vette si ammirano da sotto e da lontano, senza metterci addosso le mani direttamente. E quindi a fine luglio si parte per il giro dei ghiacciai della Vanoise, in terra di Francia. Prima tappa è Sardieres, poco a valle di Termignon. Quattro case, una chiesetta con un cimitero suggestivo e il classico campanile a punta: è Savoia!!

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Botte da orbi a Oriente – tentativo al Bernina

03/09/2017

Bernina

Metà luglio, tempo per 4000. Andiamo a curiosare a Est, con l’idea di portare piedi e testa sul Bernina, il più orientale dei 4000. Lungo viaggio in auto fino a Campo Moro, in Val Malenco, e ancor più lunga salita verso il rifugio Marco e Rosa, dove pernotteremo. Si comincia scendendo parecchio per poi rimontare in un bosco fresco, ma nel caldo atroce, tanto che l’arrivo al rifugio Carate Brianza è festeggiato da una birra fresca. Dopo il Carate il panorama si apre grandiosamente, rivelandoci il rifugio Bombardieri. Ghiacciai, morene, montagne dirupate per tutti i gusti. Anche la Bombardieri vale la pena fermarsi, per salire poi al passo Marinelli e di qui mettere piede sulla Vedretta di Scerscen Superiore. Dopo ore di cammino siamo sotto il rifugio, ma non è finita, anzi, le tribolazioni sono all’inizio. Si può scegliere tra un canale nevoso ripidissimo o una ferrata di cui non vediamo l’attacco. In ogni caso, occorre intanto passare su un pendio di ghiaccio nero decisamente poco simpatico. Stefano e Jean-Pierre, che ci precedono, piegano verso la ferrata e noi li seguiamo. Ginnastica spossante, soprattutto dopo ore di cammino, e siamo al Marco e Rosa. Rifugio strapieno, dormiremo nel locale invernale. Cena Buona, ma mi sento assai maldisposto per l’indomani, anche se il dislivello è contenuto sono poco rilassato. Notte insonne o quasi, colazione e si riparte. Pendio nevoso fino alla cresta di rocce, e qui esce un vento furioso che raffredda alquanto le velleità di tutti. In più, il cammino si rivela più complicato del previsto: i pendii nevosi che consentivano di aggirare molti salti non ci sono più, e allora si tratta di arrampicare su un buon terzo grado con i ramponi e il vento addosso. Faccio qualche metro, poi mi fermo. Oltre non vado, lascio agli amici la scelta di proseguire o meno. Conciliabolo, poi tutti scendiamo. Arrivederci Bernina, stavolta ti guardiamo da sotto. Però non è finita: c’è ancor ail famigerato canale che ci aspetta. Due chiodi da ghiaccio risolvono il passaggio più ostico, e poi è discesa infinita e penosa fino al Bombardieri, dove decidiamo di dormire per spezzare il ritorno a casa. Finalmente un letto, finalmente niente vento, finalmente un pomeriggio tranquillo a centellinare vini della Valtellina e gironzolare in attesa della cena. Cena,altra dose di sonno e si riparte per la valle. Sentiero lungo  lunghissimo a scendere. Dal Carate ci immergiamo in un ma re di nubi suggestivo che ci riporta a Campo Moro. E qui, spalle scariche e sandali ai piedi, si festeggia comunque una tre giorni tra monti fantastici, vento e rifugi. Torniamo senza la punta, ma con immagini bellissime negli occhi e vento e neve sulla schiena. Arrivederci, Val Malenco.

Grazie agli amici Beppe, Jean-Pierre e Stefano con cui ho condiviso i passi in questi tre giorni

Puntata in Valle Stura – Becco Alto d’Ischiator

30/08/2017

Rifugio Migliorero

Ci sono nomi che da soli varrebbero un viaggio: Becco Alto d’Ischiator. Becco e Alto sono già due belle premesse, poi si aggiunge il termine Ischiator (che dovrebbe significare “canalone ripido e scivoloso”) per fare lavorare la fantasia. Si tratta di andare in Valle Stura di Demonte, nella Provincia Granda. Perché no? Lì vicino c’è anche il rifugio MIgliorero, magari si potrebbe dormire lì e il giorno dopo infilarsi per qualche altra montagna. Detto e fatto, nella torrida alba dell’otto di luglio si parte per il Cuneese. Strada assai lunga che si dipana per le infinite coltivazioni della Granda, fino a portarci a Cuneo. Risaliamo verso Aisone e Demonte  e poi ancora su per il vallone dell’Ischiator, fino a oltrepassare i Bagni di Vinadio. Infine parcheggiamo e infiliamo lo zaino, risalendo la strada bianca che porta verso il rifugio Migliorero. Attorno montagne un tempo abitate, dove si indovinano ancora terrazzamenti, mulattiere, i resti di una miniera, baite e alpeggi. Superata una balza appare un piano erboso e al termine il rifugio, una imponente costruzione in pietra dall’aria severa di casa vittoriana. Purtroppo il rifugio è completo (stipato da una grande comitiva di adolescenti e genitori al seguito…) e quindi ci toccherà salire oggi sul Becco e poi riprendere la via di casa. Nessun problema, in breve lasciamo il piano dei due laghi per rimontare l’ennesima balza che ci porterà ai valloni superiori. Sentieri sempre ben segnati ci accompagnano per pietraie immense fino al Passo Laris, porta d’accesso al versante del Becco che mena alla punta. Man mano che ci si alza il panorama si amplia. Dapprima il lago mediano d’Ischiator, in parte innevato, poi sbuca la punta del Corborant e infine, dalla cima, ci si sbizzarrisce a riconoscere cime vicine  e lontane, dall’Argentera al Monviso all’Oronaye al Tenibres poco lontano. L’orizzonte è velato e caliginoso, segno foriero di prossimi temporali. Fatte le dovute foto, ci si incammina verso il basso. Al rifugio Migliorero sono d’uopo una birra e quattro chiacchiere con il simpatico gestore (che adesso un posto per la notte lo avrebbe anche trovato). Ma ormai altri programmi ci attirano e quindi decliniamo l’offerta e scendiamo. A duecento metri dal rifugio scoppia il temporale, con pioggia torrenziale. Tornare al rifugio equivarrebbe ad aspettare una improbabile fine della pioggia, con la certezza che comunque ci bagneremmo lo stesso. E poi in auto ci sono panni asciutti… Stoicamente continuiamo a scendere, sferzati da raffiche di acqua prepotenti. Dopo un’ora, ormai all’auto, sbucherà il sole. Arrivederci Becco Alto d’Ischiator, torneremo sicuramente da queste parti anche solo per dormire al Migliorero.

Nebbie di confine sulla Punta d’Arbola

28/08/2017

Primo fine settimana di luglio: partenza ore 8 da Rivarolo per cercare di battere sul tempo il temporale che tutti i siti meteo prevedono per il pomeriggio sulle Alpi Lepontine. Meta la punta d’Arbola, in vl Formazza, tra Piemonte e SvizzeraArrivati senza intoppi a Formazza, prendiamo la comoda seggiovia che ci porta a Sagenboden, alle soglie del vallone che conduce al rifugio Margaroli. La pista forestale si inerpica dapprima in una pineta per poi spianare e condurre dopo un’ora e mezza di cammino al cospetto del rifugio, affacciato sulla diga del lago Vannino. Abbiamo tempo per esplorare i dintorni del rifugio e la cantina dello stesso, ottimamente fornita di Gattinara. Qualcuno riuscirà anche a bagnarsi con il temporale temuto e scampato. La cena è squisita e abbondante, così come la cortesia e simpatia del gestore. La mattina dopo nuvole grigie indugiano sulle cime più alte. Partiamo comunque, decisi ad arrivare almeno al Passo Vannino. Raggiungiamo un secondo lago per poi salire su antiche morene e pietraie, fino al passo. Da qui la cima appare e scompare nelle nebbie. Visto che un prode solitario è davanti, decidiamo che non possiamo lasciarlo da solo nel pericolo, quindi ci leghiamo e ci incamminiamo al suo inseguimento. Il ghiacciaio appare privo di crepacci, la difficoltà maggiore è un pendio molto ripido che conduce ai ripiani della cima. Arriviamo tutti in vetta nella nebbia, senza vedere nulla del decantato panorama circostante. Foto di gruppo e si ridiscende, con stili e velocità diverse a seconda di capacità e temperamento. All’ora di pranzo siamo di nuovo al rifugio, dove indugiamo per riscaldarci, rifocillarci e ritemprarci. Infine, una volta scesi a Formazza, in diversi puntiamo alle cascate del Toce poco lontane, per ammirarle nel loro getto potente. Finisce così una gita piacevole e ben riuscita, nonostante le nuvole birichine che hanno nascosto la cima quando noi ci siamo arrivati.

Le grandi scalate – Stefano Ardito

26/08/2017
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Scalate che hanno cambiato la storia della montagna, recita il sottotitolo. Io aggiungerei non tanto la storia della montagna in sé, quanto dell’andare in montagna, ma i titolisti so che non sono così sofisticati, e quindi tirem innanz. In racconti di poche pagine l’autore individua un centinaio di episodi notevoli che hanno riguardato alpinisti, scienziati e atleti nel corso della “conquista” delle montagne. Si parte dal 1492, quando Antoine de Ville scala il Monte Aiguille in Francia su ordine del re Carlo VIII, per arrivare, anno dopo anno, fino ai giorni nostri, con le scalate in velocità su difficoltà fantasmagoriche per i comuni mortali. Le tappe essenziali ci sono tutte, e nella quantità compaiono molti alpinisti poco conosciuti, forse solo perché non provengono alle elite italiane/francesi/tedesche/inglesi a cui siamo abituati. Complimenti all’autore che, nel narrare le differenti imprese, non perde mai la verve quasi romanzesca e tiene desto l’interesse dal primo all’ultimo capitolo. N libretto da sfogliare con calma, e andare ogni tanto a ripescare qualche impresa di qualche illustre più o meno conosciuto. Ottime la bibliografia finale e l’indice per nome degli alpinisti, per approfondire e riprendere.

 

 “Le grandi scalate” di Stefano Ardito – Newton Compton Editori

Caselle Torinese, 26 agosto 2017 sabato di ultimi giorni di ferie. Intanto la siccità  non molla e le cimici prendono piede.