La musica della neve – un libro
Tutto inizia quando il viaggio quotidiano si interrompe, il respiro si ferma e cambia ritmo, la neve arriva sempre uguale eppure diversa dal ricordo che ci portiamo dentro.
Sarà anche una coincidenza, ma pr0prio oggi che qui a Torino inizia a nevicare mi decido a scrivere questa breve nota sul libro di Davide Sapienza.
“La musica delle neve – piccole variazioni sulla materia bianca”, quindi.
Un libretto di poche pagine e dai mille richiami. Si spazia dalle impressioni di viaggio di Shackleton e Nansen alle peregrinazioni artiche dell’autore in compagnia di Franco Michieli, un moderno esploratore dei giorni nostri. In una girandola di variazioni continue incontriamo il favonio – il vento caldo mangiatore di neve – ed il whiteout, la combinazione di nebbia, vento e neve che nasconde l’orizzonte e induce il mal di mare ai viaggiatori per terra. I suggerimenti musicali promessi nel titolo? La colonna sonora de “La sottile linea rossa”, oppure le opere immense di Beethoven. Non c’è un attimo di respiro in questo libretto così ricco di riferimenti e riflessioni da “costringere” a leggere una pagina per volta, senza fretta. Così come senza fretta va assaporato il piacere di camminare nella neve (nevigare?). Tenendo presente che non è possibile ingannare la neve, perchè “non la si può attraversare senza lasciare un segno”
Il post si potrebbe intitolare “Su come le gite vengono fuori così per caso”… Appuntamento al casello di Ivrea, conta e riconta, carico delle auto e partenza per la Val d’Aosta. Andiamo alla ricerca di una punta e ritorneremo con due colli.
Il vallone di Saint Barthelemy è conficcato a picco su Nus tra due nobili cugine, la Valpelline e la Valtournanche. Lignan, il capoluogo, se ne sta rannicchiato su di un poggio battuto dal sole, con bella vista sulla Val Clavalitè, la Tersiva e l’Emilius. Alle spalle un osservatorio astronomico ed i pendii dolcissimi che portano all’alpe Tsa Fontaney. Arriviamo sulle ali di un vento gagliardo. Dilemma: salire il pendio alle spalle dell’alpe, inusitata via al Col de Chaleby, o proseguire con qualche saliscendi fino al Col du Salvè, per prendere la nostra meta alle spalle? Prevale la scelta più prudente per la via più sicura. Al Col du Salvè il vento da nord ci spiega che lì siamo a casa sua e quindi non è il caso di stare fermi sull’uscio. Ultimi pendii ed eccoci al valico. Pochi minuti per ripiegare le pelli, stringere gli scarponi e guardarsi attorno. Il Faroma è bianco di farina, la Becca di Luseney ha la parrucca, il nodo intricato di montagne tra Valpelline e Valtournanche è schiaffeggiato dalla tormenta. Riconosco Punta Tzan (teatro di una bellissima scalata per la Via Rey – sono già due lustri!) e, oltre il solco di Aosta, Tersiva, Emilius e Grivola che seghettano l’orizzonte.
E’ ora di scendere nella farina fresca buttata giù venerdì notte. Ricerchiamo pendenze e collegamenti per spingere il meno possibile. Alla Tza Fontaney il vento rinforza, ma ormai siamo nel bosco. Due curve tra gli abeti e il pistone finale, su neve marcetta ma sciabile. E, infine, un improvvisato tavolino per il meritato spuntino di fine gita.
Grazie agli amici Caterina, MariaTeresa, Alessio, Mario e Massimo.
La Gardiole en boucle
L’inverno è avaro di neve nelle valli piemontesi, e allora si va a cercarla in Francia, appena oltre il Monginevro.
Il bus del CAI UGET scarica a Nevache una quarantina di volenterosi sciatori, che si avventurano su per il selvaggio vallone di Cristol. Il ripido bosco iniziale non scoraggia nessuno, anche perché indietro non si torna: è in programma la traversata di Punta Gardiole, pertanto si sale da Nevache per scendere a Val de Pres.
Dopo la sfuriata nel bosco si sbuca su un ripiano opportunamente soleggiato per la colazione. Poi, con calma, un pendio all’ombra conduce ad un colletto aperto sulle valli. Sembrerebbe finita, e invece i pezzi forti della salita devono ancora arrivare. Un traverso “di fino” e, per finire, una crestina da farsi con ramponi ai piedi e sci in spalla!
Ultima fatica per un panorama grandioso: Barre des Ecrins, Meje, Aiguilles d’Arves, Thabor, Rocciamelone, Chaberton, Pic de Rochebrune, Monviso sono i diamanti di una corona di montagne.
Dopo tanto salir, si scende. Una serie di placche da vento compatte invita ad imboccare il Vallone di Granon. Di placca in placca si passa a crosta un po’ meno simpatica, intervallata a tratti di farina vecchia, un po’ pesante. Infine, salutate le baite di Granon, una stradina nel bosco riporta al fondovalle.
Ultimo problema da affrontare: come farà il cane che ci ha seguiti fin da Nevache a tornare a casa? La soluzione arriva inattesa. L’inossidabile Orfeo, di ritorno da una “passeggiata con amici” da par suo, deve risalire a Nevache per recuperare l’auto, e quindi un suo socio sarà ben lieto di accompagnare anche il cane al punto di partenza.
Non occorre dirlo, ma anche in questo caso la giornata termina nei pressi dello strepitoso ed accogliente tavolino dell’UGET.
Da queste parti una descrizione molto più tecnica dell’itinerario.
L’arte del camminare
In un mondo che ha fatto della velocità e della rapidità il suo mito e nume tutelare (i risultati di questa scelta diventano visibili sempre di più…) leggere un libro sull’arte del camminare diventa quasi un atto di eresia. Al di là delle osservazioni filosofiche – ottima a riguardo l’introduzione di Wu Ming 2 – l’autore Luca Gianotti mette nel libro la sua esperienza di fondatore di Boscaglia e storico camminatore per regalarci una guida agilissima per rendere il cammino una attività piacevole, rigeneratrice e liberatrice.
Non necessariamente il camminare è fatica: certo, c’è una inevitabile componente di fisicità che ci ricorda come alla base di ogni sforzo c’è l’impiego di una qualche energia – e quando ci spostiamo con le nostre gambe l’energia necessaria la dobbiamo trovare in noi stessi – ma le sensazioni di scoperta, di apertura al mondo, di benessere fisico e spirituale superano il sudore e la stanchezza.
Ben venga quindi questo libretto, che alla parte pratica su come si fa uno zaino, che cosa gli si mette dentro, come ci si nutre e si curano gli acciacchi del camminare fa seguire un filo logico di pensiero “viandanti” decisamente intriganti.
Dopo questa lettura, leggera ma profonda, viene voglia di affrontare un tomo ben più considerevole, la ponderosa “Storia del Camminare” di Rebecca Solnit. Vedremo, il futuro è un libro aperto.
L’immagine arriva da qui.
La fortuna non esiste
Questo libro è stato scritto nel 2009, all’indomani dalla crisi finanziaria che ha spazzato via sogni, speranze e posti di lavoro prima in America e poi nel resto del mondo.
Mario Calabresi, allora inviato di Repubblica e adesso direttore della Stampa, segue la campagna elettorale di Barack Obama e incontra un’America fatta di uomini e donne che hanno perso il lavoro o sono stati schiaffeggiati duramente dalla (s)fortuna. Cos’è che li ha resi capaci di reagire, di non abbattersi ma di tirare avanti, recuperare terreno ed affermarsi? Indole, carattere, talento, capacità di sfruttare le minime occasioni? Oppure quella qualità prettamente americana richiamata da Paul Claudel, la “Resilience”, che coinvolge i concetti di elasticità, rimbalzo, risorsa e buon umore.
Al di là delle mille spiegazioni e storie personali, quel che emerge chiaro è il monito di base dell’autore, riportato anche nella bella citazione di Seneca: “La fortuna non esiste, esiste il momento in cui il talento incontra l’occasione”.
Nei primi giorni di un 2012 che in molti preannunciano terribile, lasciare perdere le chiacchiere su fortuna e destino per confidare sulle proprie capacità e risorse interiori (resilienza? uhm, che parola poco musicale…) può essere il migliore degli auguri.
Natale buono e sereno
I gatti ghiottoni
… se preferite chiamateli “Les Chats Gourmands“. Sono Roberto e Giuliana, due amici che hanno messo in pista un blog davvero gustoso. Seguiteli e… buon appetito!
Ombre sul ghiacciaio – Joe Simpson
Accade al Colle Sud dell’Everest. Un alpinista indiano, creduto morto, improvvisamente accenna ad un debole cenno di vita e muove una mano. In una vicina tenda i membri di una spedizione olandese disquisiscono con il medico al campo base -via radio – se e quanto sia utile soccorrerlo, visti i gravissimi congelamenti. Poi l’alpinista muore e la storia finisce lì.
Sul versante tibetano due giapponesi passano davanti a tre indiani gravemente congelati e impossibilitati a muoversi, mentre un quarto è poco lontano. I due tirano diritto, arrivano in cima, ridiscendono a festeggiare. Dei quattro se ne occuperà qualcuno altro, o, meglio, nessun altro.
C’è del marcio nell’alpinismo, sembra dire Simpson in questo libro. Abbiamo lasciato indietro l’umanità, la compassione, la carità per dedicarci interamente alla conquista delle vette? E che dire delle spedizioni “commerciali” sugli 8000? Arrampicarsi sulle corde fisse tirate dagli sherpa, respirare a pieni polmoni l’ossigeno delle bombole, ridursi in uno stato di prostazione fisica ed abiezione morale tali da consentire di ignorare il mondo e le situazioni circostanti fanno parte della attività definita alpinismo, che alcuni vorrebbero eleggere a patrimonio dell’umanità?
Non ci sono risposte, solo domande e osservazioni in questo libro. Un intreccio di ombre fugaci che scorrono sui ghiacciai, a dissimulare crepacci e seracchi.
Quando eravamo… baby!
Splinder chiude i battenti e scaccia dai suoi server i blogger storici. Ventefioca è nato su splinder, tanti anni fa, anche se si chiamava gpcastellano. Di lì sono passati tanti amici, eventi e pensieri; lasciarli scomparire con un click – deciso da altri – mi spiaceva un po’. Prima li ho raccolti sul Pc, installando WP in locale, e poi li ho ricatapultati nel Web. Se avete voglia di scoprire le radici di ventefioca, fatevi un giro sul sito baby. Per comodità lo trovate anche sul blog roll.
Nevi di Bellino
Prima uscita scialpinistica in Val Varaita, da Sant’Anna di Bellino verso la Marchisa con deviazione al Pic des Sagneres. Ottima compagnia del CAI UGET di Torino, che organizza gita, autobus per il riposo pre e post gita, rinfresco a base di acciughe piccanti e altre leccornie servite su tavolinetto tra le rustiche mura di borgata Sant’Anna. Neve non eccelsa, ma in questo magro inizio d’inverno si prende quel che c’è, e dove si trova.








