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L’albero delle trincee – Paolo Rumiz

22/04/2014
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Paolo RumizConsueta cavalcata estiva di Paolo Rumiz nella storia e nella geografia europee. Questa volta il pretesto è giocare d’anticipo rispetto alle celebrazioni per i centenari dell’inizio della Prima Guerra Mondiale e percorrere quindi il fronte italiano in data non ancora inquinata da celebrazioni e rivisitazioni.

Guerra che per l’Italia comincerà soltanto nel 1915, ma per l’Austria-Ungheria inizierà un anno prima, nel 1914. Il che significa che trentini e triestini partirono vestiti da soldati dell’Impero verso la Galizia e le selve della Polonia.

Il percorso di Rumiz parte dalla città contesa di Trieste, antico porto dell’Austria e attuale città lasciata all’oblio, e segue la linea del fronte italiano. Seicento chilometri di fronte, dal Carso attraverso l’Isonzo per le Dolomiti e infine i tremila metri di Adamello, Cevedale e Ortles. E’ un percorso faticoso, flagellato da una estate inclemente che accumula pioggia e neve lungo le trincee che Rumiz vorrebbe visitare.

Ed è un percorso faticoso anche per l’animo, per gli echi dei migliaia di morti che si affollano attorno alle trincee, ai colli e ai monti passati da una mano all’altra, contesi e disputati con massacri il più delle volte inutili. Gli accompagnatori di Rumiz, dal generale degli alpini fino al figlio di recuperanti, si prodigano nel portare il giornalista a “sentire l’aria” dei luoghi, attraverso piogge e nevi estemporanee. Luoghi che a distanza di cento anni subiscono destini diversi, dal generale oblio italico fino alla cura maniacale del Museo di Caporetto, in terra slovena, vero testimone di una tragedia immane quasi centenaria

Ne viene fuori un raccontare duro, spezzato, interrotto e ripreso sulla base delle bizze del tempo e delle condizioni dei luoghi visitati.

Rispetto ad altri reportage di viaggio si avverte la fatica e il dolore dell’autore a spiegare – e spiegarsi – ciò che vede e sente, quasi fosse sopraffatto da emozioni così violente e personali da decidere di non riportarle sul giornale. Ne risulta un viaggio nel passato simile ad un pellegrinaggio nel dolore e nell’assurdità di una guerra mondiale che è stata il seme per ben altri olocausti e rivolgimenti.

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