Skip to content

Tonache e piccozze – Andrea Zannini

17/02/2014
tags:
Aimé Gorret

Aimé Gorret

La nascita dell’alpinismo viene solitamente attribuita agli spiriti illuministici del Settecento, che polarizzano attenzione e energie verso le alte vette. A questi scienziati e filosofi (uno per tutti, Horace De Saussure che offre una sostanziosa ricompensa a chi raggiungerà la vetta del Monte Bianco) seguiranno gli esponenti della borghesia ottocentesca, progressista e liberale, che individuerà nell’alpinismo uno sfogo, uno svago ed un mezzo per esprimere in altri campi la propria energia vitale, liberata dalla Rivoluzione Francese e sostenuta dal crescente sviluppo industriale.

Due elementi, scienziati e borghesi, che compaiono come soggetti nuovi e “cittadini” sulla scena delle valli alpine.

Eppure una rilevante parte nella esplorazione delle terre alte è stata svolta – soprattutto a cavallo tra la fine del Settecento e la seconda metà dell’Ottocento –  da religiosi provenienti dalle valli alpine.

La prima ascensione della Marmolada (anno 1802, con tanto di disperso…) è compiuta da una comitiva di religiosi locali; abati vallesi arrivano sul Velan ben prima della salita di Paccard e Balmat al Monte Bianco; infine, il curato di Alagna, Giovanni Gnifetti, nel 1842 raggiunge per primo l’importante cima del Monte Rosa che oggi porta il suo nome. Tutte queste imprese sono condotte in compagnia e con l’aiuto di notabili locali che ben

poco hanno da spartire con la borghesia “cittadina”, che si presenta in massa nelle valli solo successivamente alla creazione dei primi Club Alpini (tra cui quello italiano, nel 1863).

Buona parte del libro è riservata chiaramente ai grandi alpinisti-religiosi valdostani: ricordiamo tra i tanti il canonico Carrel (1800-1870), alpinista, studioso, scrittore e corrispondente con i grandi alpinisti inglesi dell’epoca;  il canonico Chanoux (1828-1907), grande esploratore dei monti valdostani e fondatore del giardino botanico Chanousia; il reverendo Aimée Gorret (1836-1907), “l’orso della montagna”, alpinista, scrittore, corrispondente di vari giornali, pungolatore feroce in occasione della prima salita al Cervino da Valtournanche, durante la quale si offrirà di attendere i compagni di salita poco sotto la vetta, per agevolarne il passaggio in una calata di corda.

Un’epopea che segue gli altalenanti rapporti tra Chiesa e Stato Sabaudo, con avvicinamenti e allontanamenti che coinvolgeranno necessariamente il rapporto con il clero delle valli, sia il clero “curato” di parrocchia sia quello concentrato nelle abbazie e negli ospizi.

 Non a caso, con la caduta di Roma e gli irrigidimenti dottrinari di Pio IX, si assisterà ad una ritirata del clero dall’alpinismo attivo, complice anche l’elevarsi del livello tecnico necessario per mantenersi tra gli alpinisti di punta. Vi saranno comunque delle eccezioni, la più eclatante quella di Achille Ratti, futuro papa Pio XI, che traccerà in discesa la via normale di salita al Monte Bianco dal versante italiano.

 Libro interessante per i molti riferimenti a vicende magari già note; impone una visione meno “cittadina” della nascita dell’alpinismo, aprendo una ottima linea di credito ai religiosi locali e alla borghesia valligiana (medici, notai, commercianti).

 Unica pecca è l’intreccio non sempre organico tra vicende dei singoli personaggi e successione dei capitoli; pur privilegiando la trattazione “per temi”, piuttosto che “per tipi”, le biografie si sovrappongono e si intrecciano, con personaggi che appaiono, scompaiono e ricompaiono senza che vi sia un robusto filo logico. L’indice analitico al termine consente comunque di riepilogare quanto si è incontrato ma non si riesce più a rintracciare.

 Sarebbe interessane un’opera analoga che esamini il rapporto tra clero e alpinismo dopo la Prima Guerra Mondiale, con riferimento soprattutto all’associazionismo degli scout e degli oratori: verrebbero fuori interessanti spunti su modalità e esiti dell’avvicinare i ragazzi alla montagna, soprattutto nel secondo dopoguerra. Così come farebbe piacere un volume analogo dedicato ai parroci di montagna vissuti a cavallo degli anni ’40-’60, usciti dalla esperienza di guerra come cappellani militari e rientrati nei ranghi del clero “minore”. Uno tra tutti, il don Solero parroco di Noasca e gran conoscitore delle Valli del Gran Paradiso e della Maurienne.

Annunci
One Comment leave one →
  1. Beppeley permalink
    17/02/2014 22:25

    Interessante!
    Grazie della recensione.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: