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L’ussaro sul tetto – Jean Giono

16/11/2013
Jean Giono

Jean Giono

In una Provenza stravolta dall’epidemia di colera del 1830 Angelo Pardi, giovane ed idealista piemontese in esilio, si sposta di paese in paese alla ricerca dell’amico Giuseppe, suo fratello di latte e anch’egli fuggito in Francia.

Angelo è giovane, figlio naturale di una duchessa, ufficiale degli ussari: pronto ad aiutare e a farsi portare dal suo “amore” per il popolo verso situazioni imbarazzanti e pericolose. Peccato che questo popolo, che egli professa così spesso di amare, sia straziato da una epidemia feroce che riempe le città di cadaveri e di masse terrorizzate inclini a scagliarsi contro chi è sospettato di avvelenare fontane e pozzi. Angelo scampa per miracolo ad un linciaggio e si vede costretto a vagare per i tetti di Manosque, stordito da sete e fame. In una delle sue scorribande incontrerà una giovane misericordiosa – Pauline – con la quale affronterà un viaggio allucinante per raggiungere le montagne di Gap, dove pare che il contagio non si sia diffuso.

Giono ci regala il ritratto corale di una umanità colpita da un morbo spietato, che uccide rapidamente tra indicibili sofferenze. Alle miserie umane accresciute dal terrore e dallo spavento per il contagio si contrappongono inaspettatamente esempi di abnegazione e virtù (la suora, il “piccolo francese”) e di stordimento e negazione del male.

Su tutto domina la descrizione magistrale della natura selvaggia della Provenza. Lembi di paesaggio arido e scarnificato dal sole si mescolano a paghe selvagge e brulle; villaggi appesi alle creste, boschi di faggi e querce, pietraie e valloni spaccati dalla vampa infernale dell’estate e dal gelo del mistral d’inverno.

 “Hai ceduto al piacere immediato di rispondere a un insolente con una insolenza. Questa non è forza. E’ una debolezza, e infatti eccoti ora col rimorso di non aver compiuto un dovere che ti era caro, o, siamo franchi, un atto che ti dà una certa stima di te stesso.” pag. 192-193

Mio bel ragazzo, hai trovato delle chimere? Il marinaio che mi hai mandato ha detto che eri imprudente. Questo mi ha rassicurata. Sii sempre molto imprudente, ragazzo mio, è il solo modo di trovare un po’ di piacere a vivere, nella nostra epoca di manifatture” pag. 239

E ora, parliamo di cose serie. Ho paura che tu non faccia pazzie. Non impediscono né la gravità, né la malinconia, né la solitudine: queste ghiottonerie del tuo carattere. Puoi essere grave e pazzo, che cosa lo impedisce? Puoi essere tutto quel che vuoi, e pazzo per giunta, ma bisogna essere pazzo, ragazzo mio. Guarda intorno a te questo mondo sempre più vasto di gente che si prende sul serio. Oltre a essere terribilmente ridicoli davanti a uno spirito come il mio, si procurano una vita pericolosamente costipata” pag. 241

… la malinconia fa più vittime del colera. Lasciamo stare il fatto che uccide, è una verità lapalissiana, e che uccide in proporzioni che non si conoscono mai, perché le sue vittime non vanno a far mostra di ventri verdastri in giro per le strade: se ne vanno all’altro mondo con la massima decenza e modestia, invece, in qualche cantuccio segreto dove passano (e forse a ragione) per essere stati colpiti da morte naturale” pag. 437

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3 commenti leave one →
  1. mosco permalink
    17/11/2013 20:30

    passo da queste parti troppo raramente, ed è uno sbaglio. ciao gianpaolo 🙂

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    • 17/11/2013 21:58

      Per chi passa di qui sale, olio e vino se porta amicizia e fraternità. Ripassa quando vuoi e quando riesci!

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Trackbacks

  1. Jean Giono – la Provenza ai tempi del colera | Il passo del lupo

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