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La carta non è il territorio – Rocca di Thures

28/10/2013
Larici e Re Magi

Larici e Re Magi

Per una domenica di tempo incerto accolgo al volo l’invito dell’amico Roberto di andare ad esplorare un angolo della Valle Stretta poco conosciuto: la Rocca di Thures, ultima propaggine della lunga cresta che dal Thabor dirige a sud verso Nevache. Non resisto alla tentazione di documentarmi e quindi tiro fuori dagli scaffali di casa due guide e due cartine, una italiana e una francese. Da qui iniziano i guazzabugli.

La prima guida cita la Rocca e la chiama anche Roche Pertuse, attribuendole una quota di 2686 metri. La seconda guida nomina la punta come Rocca di Thures, le attribuisce anche lei una quota di 2686 metri ma nella planimetria schematica la quota si abbassa inspiegabilmente a 2581 metri. Stesso valore che ritroviamo sulla prima delle due cartine, dalla quale la quota più alta scompare. Niente paura, nella carta francese avremo di nuovo i nostri 2686 metri, però – per chiudere il cerchio – la punta si chiamerà Roche Pertuse.

Se non vi siete persi d’animo fin qui e non vi importa molto delle evoluzioni cartografiche, vi consiglio di andare a vedere di persona. Troverete una mulattiera splendida che dal rifugio Terzo Alpini sale alla conca prativa del Colle di Thures, allietata dal lago di Thures (o lago Chavillon…). Da lì conviene piegare verso Ovest per tracce di sentiero e puntare al Col du Etroit du Vallon, di fianco alle pietraie immense del Piano di Miglia. Dal colle sbizzarritevi a cercare i passaggi migliori su per la cresta Nord della Rocca di Thures: la punta è quella con la croce, non vale fermarsi prima!

Se avete ginocchia buone  e passo fermo, se non avete voglia di rifare la cresta al contrario, se il tempo minaccia pioggia… vi conviene buttarvi giù per i ghiaioni del versante orientale, dirigendo al lago Bellety, poco sopra il Colle di Thures. Di fronte c’è la Guglia Rossa che vi osserva incuriositi, e davanti a voi si apre la costiera dei Re Magi e il vallone di Rochemolles. Al lago Bellety date uno sguardo agli ometti che lo sovrastano: sono i cippi dell’antico confine. Riportano su un lato la croce (di San Maurizio) del ducato di Savoia, e dall’altra il giglio di Francia. E già, il confine di Stato passava qui, dove si separano le acque del Po da quelle del Rodano. A ricordarci che dal 1947 in Valle Stretta siamo in terra di Francia ci penserà la segnaletica recente, più precisamente il cippo di confine al Melzet, con su scritto nero su bianco “France 47”. Ma allora come mai per telefonare al Terzo Alpini devo fare l’italianissimo prefisso 0122 della rete di Bardonecchia? No, decisamente, la carta non è il territorio…

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6 commenti leave one →
  1. paologiac permalink
    04/11/2013 20:09

    Ahhhh, la valle stretta. Posti che conosco abbastanza bene e dove ho consumato le mie prime paia di scarponi. E dove ho lasciato anche un po del mio cuore!

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  2. 30/10/2013 19:27

    Bel posto! Li ricordo per i divertentissimi ghiaioni della Germana; e il Thabor, una delle mie prime sciate primaverili. Mi piacerebbe un giorno fare la Baldassarre, pare sia una scialpinistica. Ma, più di tutte, la Valle Stretta in autunno con il sole penso debba davvero meritare!

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  3. 29/10/2013 08:29

    Domenica, da quelle parti, gironzolava anche una mia amica. Bei posti.

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