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Un esile filo d’Arianna – Punta del Rous

28/08/2013

Sono quasi certo che il prode Teseo si sentisse più sicuro di noi, nel tenere legato al polso il filo che lo avrebbe ricondotto fuori dal labirinto di Cnosso, una volta liquidata la faccenda con il Minotauro.

bonhomme e Monte RossoNon è che noi domenica avessimo mostri mitologici da sfidare… semplicemente ci siamo inoltrati a monte di Mondrone (Val d’Ala di Lanzo), con l’intento di portarci per valloni e percorsi a zig zag sulle pendici della Punta del Rous, alla ricerca della targa in ottone ricordo di un disastro aereo avvenuto quasi 70 anni fa.

Poco oltre Mondrone parcheggiamo l’auto, sfoderiamo le nostre tre diverse cartine dei sentieri (e siamo solo in due…), individuiamo il segnavia n. 324 che ci dovrà accompagnare nel primo tratto di sentiero. Alla prima svolta perdiamo subito la traccia . Poco male, guadagniamo la stradina sterrata che ci porterà nuovamente all’inizio del sentiero. Che si stacca ripidissimo a monte (o a valle?) di una casetta. Arranchiamo su per il bosco di faggi fino alle Grange Grammont.

Primo bivio: scendiamo in un valloncello dove la traccia è soffocata da rovi e ortiche, superiamo un torrentello su un ponte di tronchi e continuiamo a scendere costeggiando le miniere del Laietto (sappiamo per nostra conoscenza che le miniere esistono, da qualche parte tra i rovi… non un cartello, un ometto, un palo di legno a titolo di segnalazione).

Il sentiero, ben largo perché evidentemente di qui passavano i carichi di minerale, arriva ad un gruppo di case. Siamo già a Laietto? e allora dove sarà il sentiero che sale a Vertea? Dopo un raffronto tra più cartine diamo credito ad una esile traccia che parte da dietro le case. La direzione è giusta, la conformazione della montagna pure. In breve siamo a Vertea, da dove di nuovo studiamo le carte e ci spremiamo le meningi per capire come dirigerci per Ciavanis…

Siete già stanchi di questo andare brancolante ed incerto? Io sì, e siamo soltanto all’inizio della gita. Oltre il Ciavanis ed il sorriso timido di Cinzia, in alpeggio con i nonni quasi ottantenni, raggiungeremo l’Alpe Pian Comune, e poi la conca che sta sotto il Col Croset. Da lì guadagneremo verso  Ovest una serie di ripiani che ci porteranno all’alpe Lo Rous e la Punta del Rous.

Tutto a prezzo di indecisioni, perplessità, tentennamenti, false partenze. Seguendo bolli sempre più sbiaditi, rari cartelli e solitari ometti di pietre. Dalla Punta del Rous intendevamo scendere verso il Colle del Trione, e di lì al Lago Vasuero per ritornare al Ciavanis. Abbiamo preferito tornare indietro perché sull’Uja di Mondrone una nuvola nera pendeva minacciosa verso di noi. Ma il motivo di questa ritirata non è solo questo: semplicemente, eravamo stufi. Stufi di cercare ad ogni passo un segno su una pietra, due sassi accatastati, una ruga nel terreno che indicasse una strada da seguire. Siamo cresciuti entrambi alla scuola dell’arrangiarsi e del ravanare tra drose e pietraie, ma ad un certo punto ci siamo resi conto che la testa era stanca di rimanere in continua tensione a cercare, capire, interpretare segni e tracce. In più c’era l’aggravante psicologica dello scoprire che in mano avevamo strumenti che ci aiutavano ben poco ad esplorare e conoscere il territorio. Territorio che potrebbe offrire moltissimo, in termini di traversate, alte vie, percorsi ad anello. Ma che lasciato a se stesso si inselvatichisce e si degrada, poco per volta. Le parti basse delle valli sono preda di boscaglie caotiche che avanzano, mentre in alto frane, dissesti e la semplice forza di gravità rovesciano e smuovono poco a poco muretti, recinzioni, tracce di passaggio sedimentatesi in decenni di frequentazione.

Gli Enti pubblici non hanno soldi, le associazioni di volontariato come il CAI languono nel declino generazionale che le riempie sempre più di persone volenterose ma con le forze che anno dopo anno vengono meno. Non so indicare soluzioni, non vado a cercare capri espiatori perché non c’è nulla da espiare. Resta il rammarico del perdere col tempo infinite possibilità di conoscenza e di comunanza con un  territorio che, in termini di ricerca di senso, può ancora donare molto a chi lo guarda con occhi speciali. Per non tacere delle infinite chiacchiere sul rilancio del turismo alpino, della mobilità dolce, dell’andar a piedi. Va tutto bene, ma forse non qui, in Valli di Lanzo, a queste condizioni… però  il discorso si fa  lungo e merita un’altra storia.

Grazie a Cristiana compagna di questo zig zag per le valli, grazie a Beppe ispiratore del giro. Grazie ai malgari del Ciavanis e a tutti coloro che, magari anche solo spezzando un ramo sulla traccia, tengono ancora puliti e percorribili questi itinerari per ricercatori.

Ah, la targa del disastro aereo… beh, anche quella è ancora da trovare.

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9 commenti leave one →
  1. 03/09/2013 09:27

    Grazie GP: sei riuscito a catturare il mio sguardo ed i miei pensieri durante tutta l’escursione!

  2. g.d. permalink
    29/08/2013 17:50

    Alla miniere del Lajetto ormai ci si arriva solamente più… a naso, malgrado il bel segnale indicatore posto dal CAI (credo di Ala) al termine della strada interpoderale che sale da Martassina e, dopo il quale, l’ignaro escursionista se la deve cavare da solo. Noi ci siamo arrivati perché eravamo stati tante volte in anni lontani e ricordavamo il valloncello e la parete rocciosa entro la quale si aprivano le gallerie. Posso comprendere il labirinto in cui vi siete avventurati: a noi è successo quando dalle miniere abbiamo cercato di risalire oltre il vallone del Gramount, verso l’alpe Ruggera e poi verso Pian Prà. Con tutta la mia comprensione per gli amministratori delle valli, posso ricordare che gli escursionisti ed i turisti sono l’oro nero delle valli e forse vanno considerati un tantino di più?
    Grazie per lo spazio concessomi
    ariela robetto

  3. G.G. permalink
    29/08/2013 16:11

    Interessante… è da qualche tempo che mi gira per la mente di tornare alle miniere del Laietto, un po’ perché in rete non si trovano molte informazioni, un po’ perché mi rimangono solo dei vaghi ricordi di quando c’ero stato da piccolo. Ho anche vaghi ricordi riguardo la zona dell’aereo caduto, con i miei genitori e con il CAI di Ala di Stura eravamo stati più di una volta da quelle parti (circa 20anni fa). Leggere questo post mi ha suggerito un bel giro da fare quest’autunno!

  4. Anonimo permalink
    29/08/2013 12:36

    Gli amministratori delle valli di Lanzo hanno ben altro a cui pensare. Date un’occhiata all’interessante articolo sulla testata web “lo Spiffero” se non l’avete ncora fatto…

    • 29/08/2013 14:15

      Caro anonimo, un giro su “Lo Spiffero” magari lo farò, grazie della segnalazione. Per agevolare i lettori potresti aggiungere un link, per educazione potresti firmarti.
      Cordialità.
      Gp aka ventefioca.

      • 30/08/2013 18:17

        Ciao ariela piu che oro nero parlerei di mosche bianche!! Gp ventefioca

  5. Beppeley permalink
    29/08/2013 09:41

    L’ha ribloggato su I camosci bianchi.

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