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Vagabondi sul Samberné

28/08/2012

Mongioie

La premessa a questa gita sarebbe così lunga e articolata da meritare quasi un libro lei sola. Perché il Gran Bernardé è stata una gita con gli sci mancata nel glorioso inverno 2008-2009. Perché i pascoli del Samberné veleggiano sulla pianura canavesana come un aquilone di erba sopra alle balze rocciose della bassa valle. Perché se gli uomini lassù hanno costruito mongioie e bonhommes a profusione un motivo ci deve  essere, e se non lo si può comprendere con la nostra mente contemporanea lo si potrà almeno avvicinare con il sentire primordiale che la quota e la fatica potrebbero liberare dalle croste del moderno.

Perdonate il lungo prologo. Ora, come viaggiatori in partenza per un lungo viaggio,  riduciamo al minimo il bagaglio e incamminiamoci. Avremo modo di tornare su ipotesi, deduzioni e sorprese.

Alle prime luci del giorno l’appuntamento è a Candiela con Beppe e Paolo. Dopo un corroborante caffé, inizia la lunga esplorazione. Valichiamo il Rio Vassola su un esile ponte in pietra e superate  le case di Balmavenera ci immergiamo nel bosco. Antiche carbonaie, un pilone votivo (sarà l’unico che troveremo su questa dorsale), un masso a coppelle e cruciforme ci introducono in un ambiente in cui l’uomo ha lasciato tracce evidenti nel suo muoversi tra alto e basso, monte e valle. Ma è usciti dal bosco, oltre gli alpeggi de La Drà, che ci si inoltra nel mondo surreale delle mongioie. Parallelepipedi di pietre accatastate con perizia, alcuni dotati di una sporgenza a valle che potrebbe essere un riparo per…??? Non semplici cumuli di spietramento, ma “luoghi elevati con funzione di vedetta” e quindi, per estensione del significato, “torri che proteggono il territorio” . Ci aggiriamo attoniti tra questi manufatti che costellano i prati da la Cialma fino all’alpeggio smisurato di Samberné. Una sosta ci consente di ammirare dall’alto  il pascolo; non c’è acqua in giro, ma i prati sono verdi. Scopriremo poi il perché. Le sorprese sono solo all’inizio. A presidiare la successiva balza rocciosa è un esercito di Bonhommes, colossali ometti in pietra posti a semicerchio sulla pietraia che ci accompagna ai pascoli sommitali. Presso l’alpe Le Giornate una poderosa scala di roccia ci avvicina alla meta finale, i pascoli alti dove incontriamo Aldo con le sue 150 vacche. Seguiamo un canale irriguo rivestito di lose – ecco da dove arriva l’acqua per i pascoli inferiori! –  e presto siamo alla conca dell’estinto lago Marmottere. Una enorme lastra di roccia con tre fori scavati a mano chiude il bacino e regola l’afflusso delle acque nei canali. Non ci sono date, non ci sono firme per un lavoro così geniale eppure così essenziale nella sua praticità, ovvero portare l’acqua dal vallone dei Funs, dove andrebbe persa,  fino ai pascoli aridi del Samberné.

Ritorniamo sui nostri passi esplorando la zona dove più numerosi sono i bonhommes. Ci sentiamo al confine tra due mondi, in basso la valle con le sue incognite e in alto la montagna con i ricchi pascoli delle Marmottere e dei Funs. Forse questi bonhommes marcano anch’essi un confine, tra il terreno e l’ultraterreno, dove si entra solo in punta di piedi, a certe condizioni? Una domanda che difficilmente avrà risposta, non potendo scendere nella mente di chi li costruì, nei secoli addietro.

Dalla Cialma deviamo verso il rio Vassola e le sue fresche acque. Da qui incontriamo nuove baite, nuovi boschi e una insolita serie  di piloni votivi, dedicati alla Vergine Maria.

Forse  l’abbondanza di questi piloni funge da scongiuro ed esorcismo, a  compensare l’armata di bonhommes sul versante di fronte? Madri immacolate rivestite d’azzurro e librate in cielo contro madri nere che affondano le loro origini negli umori di una terra che dura fatica e sudore ad essere fecondata e resa produttiva.

Pochi minuti ancora e siamo a Candiela. Termina in gloria una gita sulle tracce di sentieri ed usi antichi, architetture essenziali e inesplicabili. Rimane nell’aria la domanda di poco prima, ovvero quali dovevano essere le motivazioni interiori che spinsero gli uomini a spendere tempo ed energie per costruire bonhommes e mongioie, in un ambiente severo e arcigno.  La risposta quasi certamente si è persa nei rivoli dell’acqua che scorre nei canali dei Funs e del Samberné..

Ringraziamenti: a Beppeley e Paologiac dei camosci bianchi, i cui articoli sul Gran Bernardè e sul camminare hanno definito mete e modi della giornata; a Flaco per la compagnia e la guida sicura tra i bonhommes, alla ricerca della Tour Eiffel; a tutti coloro che vorranno prodigarsi a segnalare la parte alta dei sentieri da noi percorsi.

Per approfondire, oltre alla lettura dell’articolo linkato dei camoscibianchi, che riprende uno scritto di Gian Marco Mondino,  è consigliato l’ormai introvabile “L’immaginario popolare nelle leggende alpine” di Piercarlo Jorio, che dedica un lungo capitolo a etimo, origini e possibili significati di mongioie e bonhommes. Capitolo che termina con queste parole:

…gente orante che passa in lunghe file i colli e nelle prime luci dell’alba si ferma a guardare “il luogo” e “i segni”…

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5 commenti leave one →
  1. Beppeley permalink
    29/08/2012 11:52

    Grazie del bellissimo post e delle foto. Sinceramente penso che neanche la foto più bella sarebbe in grado di trasmettere le sensazioni “al limite” che si provano solcando queste terre alpine.

    Peccato che lo stato della sentieristica sia desolante. Sebbene abbia già percorso più volte il sentiero che parte da Pianardi, e che porta a San Bernè, anche con il Corso di Escursionismo del CAI Uget (tentando di insegnare l’orientamento…), avrete notato come sia stato facile perdere la giusta direzione di marcia in diversi punti (molto di più che durante il Corso). Ci ho riflettuto su, e credo di aver trovato la risposta… E’ successo perché, da bravi escursionisti “tedeschi”, abbiamo osservato, abbiamo goduto come dei matti a guardare il mondo intorno anziché le punte degli scarponi…

    Però nessuno di noi è un principiante… Quasi tutti alpinisti, vero? E allora non è difficile immaginare che un tranquillo escursionista olandese, che viene in Val Grande di Lanzo ad ammirare le meraviglie naturalistiche e culturali, si scoraggerebbe al primo bivio non segnalato, alla primo dissolvimento della traccia, al bollo che non si trova… E cosa farebbe? Tornerebbe indietro. Oppure si perderebbe. Notte all’addiaccio, soccorso alpini… E poi, una volta tornati in patria, croce nera con le Valli di Lanzo.

    Peccato, soprattutto se penso ai giovani che vogliono vivere e lavorare in Valle. Questo stato di cose -territorio assolutamente trascurato e impossibile da utilizzare per il turismo escursionistico- significa sputare su di un piatto con il quale molta gente potrebbe “mangiare” (verbo qui inteso non nel famoso senso italico di “rubare”…).

    Paolo, proprio tu che doni il tuo tempo libero per fare sentieristica con il Cai di Lanzo, avresti voglia di raccontare cosa vuol dire partire per raggiungere il bellissimo Lago della Rossa (via Passo delle Mangioire) e perdere un’ora per rintracciare la giusta direzione dopo che eri appena partito da Grange della Mussa? Proprio dove si fermano i merenderos domenicali e dove, ovviamente, non c’è un solo cartello che indichi una delle più belle escursioni delle Valli di Lanzo?

    Magari fai un post in merito?

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  2. Paolo permalink
    29/08/2012 08:21

    Mi piace questa descrizione più spirituale che materiale dell’escursione. Aggiungerei che casualmente (o forse no) si sono incontrati tre esploratori con le stesse motivazioni e lo stesso spirito!
    Forse qualche foto in più ci sarebbe stata bene…………..

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    • 29/08/2012 09:51

      Grazie Paolo… sulle spiegazioni materiali lascio il campo a chi non si perde come me su tracce e bivi e quote (dopo un po’ mi confondo… sarà perché emerge la vena demenziale ed anarchica dei castellamontesi). Circa le foto, confesso che ho poca pazienza per caricarle e impaginarle. Me la cavo mettendo il link all’album di google.

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