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Le voci del Buthier di Robert Diemoz

03/06/2012

Il Buthier è il torrente che scorre lungo la Valpelline e si getta nella Dora Baltea in prossimità di Aosta; Vachere, invece, è un paese immaginario sulle sue sponde.

In questo contesto l’autore ambienta le vicende e gli intrecci di tre generazioni di abitanti, dalla metà del 1800 al secondo dopoguerra.

Assistiamo alla transizione tra un mondo rurale chiuso in se stesso, fatto di tradizioni millenarie e convenzioni sociali magari discutibili ma che comunque mantengono salda la comunità, ad un mondo aperto alle influenze della pianura in cui la solidarietà sociale si va sgretolando impetuosamente.

Si passa dai bambini venduti come spazzacamini al ragazzo che emigra in Australia per trovare lavoro, e che, ritornato al paese, stenta a riconoscere i luoghi della gioventù.

Accanto agli uomini compaiono le donne: a volte sottomesse e rassegnate, altre volte ribelli e costrette alla fuga per sfuggire al giudizio negativo o al disprezzo della comunità.

Singolari e forti le figure dei parroci che si alternano alla guida della parrocchia di Vachere; per tutti risaltano l’ardore iniziale della missione a cui si contrappone lo scoramento degli ultimi anni di esercizio, quando alla decadenza delle forze corrispondono i dubbi e le debolezze sulla forza della fede.

Un ritratto impietoso e crudele di un passaggio epocale, in cui l’autore si schiera decisamente a favore “dei tempi antichi”, constatando amaramente che tutto è irrimediabilmente perduto.

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3 commenti leave one →
  1. Beppeley permalink
    04/06/2012 10:30

    In che anno è stato pubblicato questo libro ?

    Mi piacerebbe tanto parlare sul blog dei preti di montagna. Ma non penso di essere all’altezza.

    Errore grave pensare che ciò che è capitato in passato sia tutto da buttare via, da archiviare come se oggi tutto fosse migliore.

    Mi schiero a favore dei tempi antichi quando mi raccontano che c’era un forte senso di appartenenza alla comunità, per fare un esempio.

    Mi schiero con i tempi di oggi quando so che tante malattie sono diventate curabili.

    Lo so che non basta questo per essere sereni verso il domani. Ci sono gravi problemi di salute anche per il nostro pianeta e le cure sembrano difficili da somministare o, peggio ancora, inesistenti al momento.

    E poi ci sono tante “malattie”, sfuggevoli, che rischiano di portarci sull’orlo del precipizio.

    Penso all’indifferenza che oggi dilaga, allo scarso (se non nullo) senso dello Stato, alla mancanza di rispetto verso il bene pubblico, verso le cose che appartengono a tutti.

    “Comunità”, al di là delle concezioni cristiane, sappiamo cosa vuol dire?

    Basta Facebook per far parte di una comunità?

    Ho qualche dubbio in merito.

    Dove sta la percezione dell’umanità ? Del contatto ? Della vicinanza ? Dello stare insieme e del condividere pienamente, e non virtualmente, protetti dallo schermo di un pc, la nostra esistenza ?

    Si può essere solidali digitando su di una tastiera?

    • 04/06/2012 12:23

      Anno di pubblicazione… 2000 o giù di lì. Non ho trovato in rete nulla dell’autore, se non l’anno di nascita (1925).

      Sulla concezione di Comunità ci sarebbe tanto da approfondire. Salto a piè pari la concezioen cristiana per capitombolare sulla Comuntà pensata e sognata da Adriano Olivetti. Perché è quella più recente e calata nei tempi. Anche se ormai è stata drammatiamente superata anch’essa, così come tutta l’esperienza Olivetti.

      Ancora sul libro: Beppe, se ti interessa lo tengo in disparte e te lo regalo volentieri. Così ti spiego poi come l’ho ricevuto io.
      Gp

      • Beppeley permalink
        05/06/2012 13:33

        Grazie! Che pensiero gentile. Accetto molto volentieri!

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