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Che tempo farà? Ma ti importa davvero?

25/02/2011

Venerdì…. che tempo farà domani? i siti delle previsioni sono in fibrillazione, perché si preannuciano variazioni di meteo sul fine settimana. Anticipare la gita a sabato? rinunciare?  andare comunque, nonostante tutto?

Altra domanda: la maggiore conoscenza (delle previsioni, delle circostanze) non implica forse una minore libertà di scelta? In altri termini: più so, più restringo il campo delle possibilità/opportunità, meno sono libero di decidere.

O no?

Tutte queste questioni per introdurre un bellissimo articolo di Davide Sapienza, sul terrorismo meteorologico (e non solo). Buona lettura e buone gite

IL TERRORISMO METEREOLOGICO

Una prima versione di questo articolo, intitolato L’arte di manipolare il tempo, è stata pubblicata originale dal settimanale SPECCHIO con il quotidiano La Stampa del 24 giugno 2006

Non è bello né corretto riflettere sui grandi temi della nostra vita quotidiana partendo con una tesi da dimostrare e nella quale far rientrare tutto ciò che può essere utile a suffragarla. E’ pur vero tuttavia che negli ultimi anni l’(ab)uso al quale sono state sottoposte le previsioni metereologiche sui mass media (soprattutto tv e radio), ha creato un crescente disagio, dando l’impressione di essere un altro strumento mediatico per la gestione dell’ansia collettiva. I disastri naturali (che non sono altro che il normale svolgimento della vita quotidiana del Pianeta Terra), il grande caldo o l’inverno più freddo del secolo, la siccità e poi ancora le precipitazioni fuori dalla media, la troppa neve o il troppo inquinamento che si combatte solo con la pioggia – vista la latitanza delle istituzioni – il crescente interesse verso il riscaldamento globale del pianeta, quasi mai suffragato da una visione realmente globale del problema. Insomma, un vero labirinto. Eppure, non è difficile, facendosi un esame di coscienza, vedere quanto il meteo sia parte quotidiana della nostra vita anche se basterebbe poco per sentirsi parte del ciclo della vita e dimenticare di volerla piegare ai nostri desideri e bisogni: non è così difficile, perchè come scrisse il grande alpinista esploratore Walter Bonatti “non capisco le persone che passano una giornata intera senza mai alzare gli occhi verso il cielo”.

Facile dare la colpa ai mass media, si potrebbe dire. Ma le responsabilità sono spesso strutturali. Fateci caso: hanno cominciato con le sigle dei notiziari. Si sa, la musica che si utilizza in ogni espressione umana ha un perché, e a questa legge non sfuggono i programmi televisivi. Anzi, da molti anni ormai le sigle dei TG sono miniopere di drammatica grandeur superconcentrata, che sembra dirci: “fermo, preparati: è accaduto qualcosa di tremendo”.  E’ il contenitore che condiziona il contenuto, e  così si è passati a rendere la realtà (macabro) spettacolo continuo, un reality con il quale gestire la paura e la tensione del popolo (televisivo).

Non poteva certo sfuggire a questo destino lo spazio Meteo dei notiziari, i canali dedicati interamente alle previsioni del tempo, perché le condizioni climatiche e le previsioni del futuro lontano o vicino di ciò che ci circonda, sono l’ossessione più profonda dello spirito umano, mutevole e spesso imprevedibile – come le azioni del grande cielo sopra di noi. Anche questo articolo è nato e cresciuto come una tesi meteorologica, mutando da cielo sereno (idee chiare) a orizzonte variabile (chissà, sarà solo una mia idea?) è passato attraverso una salutare rinfrescata (non è come pensi), per giungere infine a un ciclo di pensiero compiuto (anzi è peggio). Il clima cambia nella mente che elabora pensieri e progetta espressione, anche perché, nel cielo attorno a noi accade sempre qualcosa.

Ma rimane il problema. Si parla spesso di persone metereopatiche, di chi sente l’influsso del tempo atmosferico. Il vento che innervosisce, il grigiore che deprime, la pioggia che rovina tutto (dimenticando che l’acqua è la vita stessa). Una presenza è talmente pervasiva, che abbiamo finito per tenerne poco conto quando analizziamo le cause del nostro modo di sentire, eppure riusciamo a farci condizionare da previsioni metereologiche generaliste e spesso approssimative. Osservando i comportamenti della gente ho notato con preoccupazione che sempre più amici alla domanda “che escursione facciamo domenica?”, già dal lunedì precedente rispondono “il meteo dice che pioverà e non si potrà andare in montagna”. Ma basta anche una gita a mettere in moto una serie di ansie e di agitazioni, visto che per gran parte della popolazione, il weekend sarebbe l’unico momento di riposo e di svago. Ma è dal lunedì che per molti nasce l’ansia da Millibar, Alta Pressione contro Depressione da Weekend.

La meteorologia è una scienza meno esatta di altre (ma esiste una scienza esatta? Ne riparleremo) e il suo bello è che lo ammette anche spesso e volentieri. Un’ammissione di umanità che dovrebbe spingerci a considerare con più attenzione la nostra relazione con ciò che ci circonda. In Italia, grazie a condizioni climatiche e geografiche varie e favorevoli a ogni genere di fruizione del territorio si è diffusa la convinzione che quando si progetta un viaggio – comunque sia il tempo – ci si vada lo stesso. Un pensiero che non sfiora neppure la mente di uno scandinavo, un alaskano, un canadese, un patagonico. Lì, dove la natura tiene ancora alto il volume, si fa tutto “tempo permettendo”, alimentando la placenta del grembo che ci ospita, la natura della quale siamo parti integranti. Fateci caso, molte “disgrazie” accadono perché si tenta di forzare la mano al tempo atmosferico, sia in montagna che al mare, in città o in campagna: e i Millibar, vincono sempre.

Questa presenza costante, quasi ossessiva, delle previsioni metereologiche tiene raramente conto dell’inevitabilità delle cose e ci spinge a sprecare molto tempo per valutare le nostre scelte, invece che insegnarci ad accettare che siamo parte di una cosa più grande, di un mondo naturale che fa il suo corso e che potremmo scoprire anche nel “brutto tempo” un fascino cristallino. Con l’avvento della Rete e di siti dedicati alle previsioni si è diffusa la parcellizzazione delle previsioni, e la percentuale di simpatici cialtroni è alta, ma non è diversa da quella dei loro colleghi nelle radio e nelle televisioni. Nei siti non istituzionali si trovano spesso domande angoscianti che, guarda caso, puntano il dito sui weekend o sui ponti comandanti, contribuendo sgradevolmente al coefficiente di ansia.

Ma inefficienza o meno dei previsori, se si frequenta il territorio e si fa caso al cielo, si notano cose importanti. Nel gennaio di alcuni anni fa, ogni domenica vennero raccontate tragedie della montagna occorse a persone che facevano scialpinismo. Dato che esistono di gran lunga più incidenti sulle piste da sci che nello scialpinismo, non possono non nascere sgradevoli pensieri sulla gestione delle dinamiche di causa-effetto e dell’influenza che esse devono avere sulla massa. Difficilmente uno scialpinista non controlla le previsioni, mentre di rado la grande maggioranza di chi va in pista lo fa: non è il rapporto con la montagna che conta, ma la pura dimensione del divertimento. Ancora una volta, il contenitore è più importante del contenuto.

E qui arriviamo alla boa del ciclo delle correnti che hanno sospinto questo articolo sin questa latitudine del pensiero. Poiché è la percezione del clima quella che fa cambiare atteggiamento, e dato che il cervello non distingue tra rappresentazione e realtà senza i sensi in azione, è evidente la proiezione che viene fatta sulla progettualità a breve termine delle nostre quotidiane esistenze. Ecco perché l’uso inefficiente delle informazioni meteo è un’arma micidiale. C’è un Tg nazionale che si collega in diretta con il centro di Milano per far dire all’inviato “qui oggi c’è il sole ed è scoppiato il caldo” o per insistere che “in tangenziale c’è visibilità zero”, con l’inviato alle cui spalle è evidente che la visibilità è almeno di 300 metri e che l’unica nebbia è quella dell’informazione.

E’ strano che le persone che ti fanno notare queste cose, sono le stesse che guardano queste trasmissioni come ipnotizzate. Ma ciò che più deve fare riflettere è il tentativo di recintare anche i cieli: come la terra, il cielo rappresenta il più grande laboratorio della nostra immaginazione, quindi della nostra progettualità. Infierire quotidianamente colpi a caso a questo delicato ma straordinario “centro ricerche interiore” che lavora giorno e notte, significa mutare radicalmente la percezione della realtà, sradicare le persone dalla propria cultura collettiva, al punto da non porsi più domande o darsi dei limiti sull’alimentazione fuori stagione, quasi come se fosse una sfida vinta contro la natura.

Sono flussi che di fatto regolano anche lo stato del pianeta terra, poiché oggi è possibile in poche ore portare un frutto esotico da un emisfero all’altro del pianeta e averlo in tavola: l’alimentazione condiziona il metabolismo e quindi la qualità della vita, esattamente come il cielo e la sua libertà condizionano il metabolismo del nostro far parte di un tutto, e quindi la qualità della nostra libertà – libertà di saper guardare il cielo e sentire odori e sapori, capire il vento che ci circonda e ci conduce: saper sorridere sentendo arrivare la pioggia.

Il che fa sorgere spontanea una domanda: cosa è un tempo bello e un tempo brutto? Spesso si sentono persone che si lamentano della pioggia, dimenticando che quando apri il rubinetto l’acqua esce proprio perché piove. Anzi, anche quando bevi un bicchiere di vino o mangi qualcosa, puoi farlo perché l’acqua è caduta. Certamente, se si vive pensando che tutto provenga dal grembo di un enorme e ininterrotta teoria di centri commerciali dove è tutto a portata di mano, l’insofferenza per la naturale variabilità della vita non potrà che aumentare: e con essa, la gestione della nostra ansia. E allora ecco l’angoscia preferita degli italiani, la pioggia: e se quando piove dicessimo, “com’è il tempo? “Diversamente bello, grazie”.

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3 commenti leave one →
  1. 01/03/2011 19:58

    Molto interessante. Più che di previsioni meteo, qui si parla di fruizione delle stesse.

    Sarò banale, ma la causa di tutto è forse lo stile di vita, imposto da meccanismi puramente economici, che conduce ad aver tutto programmato. Senza considerare ambiente, risorse e cicli naturali… e noi stessi.

    Comunque sì, sarei molto meno ossessionato dal tempo che farà, se potessi scegliere di lavorare solo quando piove. Questo sì che sarebbe un gran diversamente bello 😉

    • 02/03/2011 09:02

      Hai ragione, diventa difficile conciliarepiù anime e tendenze: avere il bel tempo quando si vuole o fa comodo, pensare che anche la pioggia è utile ma sarebbe meglio che piovesse quando si lavora (in ufficio al caldo ovviamente). C’è tempo e tempo, c’è lavoro e lavoro. Alla fine, per fortuna, almeno il meteo fa ancora quel che gli garba!

      • 03/03/2011 12:18

        Sottotitolo: persi e ritrovati! Grazie marzia per il documento che avevo perso di vista nella rete! Sul discorso del pascolo lungo il Po… è ovviamente più facile vessare i pastori che porsi il problema di come contenere certe rigogliose esuberanze vegetali (a parte l’utilizzo dell’olio di gomito…)

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