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Ovarda, foto e stambecchi – di link in link

11/01/2011

Il CAI di Volpiano sbatte in prima pagina il link di un album fotografico e risveglia il ricordo di una gita quasi mancata su per la Torre d’Ovarda… vi propongo sotto il “pezzo” che ne è seguito. Per le immagini  seguite il filo d’Arianna della rete che il CAI vi propone.

Buona lettura!

OVARDA, ENFIN

Ovvero: quella volta che siamo arrivati in cima alla Torre d’Ovarda, ma la punta non era quella.

Una gita in Valli di Lanzo, Piemonte Occidentale

Ultima settimana di ottobre, ultimo giorno di bel tempo, ultima occasione per una gita classica, di quelle da trascinarsi a casa rotti e stracciati. E poter dire soddisfatti ”L’ho timbrata!”

Il meteo ci racconta di perturbazioni che arriveranno nel pomeriggio, pertanto decidiamo di non andare troppo lontano, ma di rimanere nelle vicinissime Valli di Lanzo.

Piano A: Torre d’Ovarda da Usseglio. Quasi 1800 metri di dislivello, sentiero ripidissimo a picco sulla valle.

Piano B: Colle e Punta Autaret, dal lago di Malciaussia. 1500 metri di dislivello su mulattiera tranquilla.

Sveglia ore 5. A Caselle cielo coperto con pioggerellina.

Ipotizziamo che sia soltanto condensa, in caduta libera dalle nebbie alte che da giorni ci assillano.

Anche a Lanzo piove.

Anche a Viù piove.

Si avvicina il piano B. Una passeggiata sotto l’acqua, su di una mulattiera, può ancora essere accettabile.

Poco oltre Viù un cartello ci avverte che la strada per Malciussia è chiusa.

Il piano B naufraga miseramente, ci aggrappiamo all’A.

Ma non dovrebbe essere il contrario?

A Lemie pioviggina.

A Usseglio no. Di qui parte il sentiero.

Ormai si è fatto chiaro, abbastanza da intravedere la cappa di nubi che serra la valle.

Dal lato di Susa ci sono tenui squarci, più chiari nel grigiore continuo.

“Forse si apre”

“La perturba che arriva scaccerà le nebbie, e prima che piova avremo la nostra gita.”

Non lo diciamo forte, ma intanto partiamo.

Il sentiero, il bosco, la strada grondano umidità. Andiamo lo stesso, siamo in astinenza da montagna, non si vede?

Sono le 7, battute dal campanile di Usseglio. Primo obiettivo il Colle di Costa Fiorita, ai 2400, poi si vedrà. Da qui a lassù, 1200 metri di dislivello.

All’inizio del sentiero navighiamo nell’abbondanza di segnavia: GTA, Sentiero Italia e Via Alpina. Ci manca solo il tappeto rosso.

Dura poco.

Passato l’entusiasmo iniziale, il sentiero diventa una traccia contorta lungo l’argine del torrente. Poi abbandona questa idea e inizia a montare su di un versante

Risaliamo il vallone del Rio Venaus sotto una cappa di nebbie incombenti. Foresta ripida di latifoglie e poi rimboschimento di abeti che, muti e cupi, si sentono fuori luogo, pur essendo lì da anni. Usciti dal bosco, il sentiero accenna a spianare per entrare nel cuore del vallone, tra rododendri e pini cembri. Enormi crateri testimoniano i sontuosi banchetti dei cinghiali.

Attorno nebbia. E se incontrassimo i porcellini, mentre siamo così lontani dagli abeti del bosco? Speriamo che non ci sia nessun tiratardi e che, a quest’ora, i succulenti suini stiano tutti nelle buche del torrente, più in basso, a digerire.

Questo pensiamo mentre camminiamo veloci. Non  abbiamo troppa voglia di fare conversazione e preoccuparci di apparizioni e battute di caccia. La gita è ancora lunga, anche se la meta rimane incerta, come il tempo.

Il sentiero sale micidiale, alternando rampe disumane a traversi massacranti.

Ai ruderi dl Pian Venaus, 1900 m, nebbia.

Al colletto di Ca d’la Teja, 2200 m, nebbia.

Ci avviciniamo ai 2300. E, a metà dell’ennesimo rampetto, ci fermiamo.

Lo abbiamo sentito, e non osiamo crederci.

L’odore del sole. L’aroma dell’erba fradicia scaldata dai raggi gialli. Il profumo dei ginepri nani che si liberano della rugiada notturna.

Voliamo la rampa e ci abbattiamo su di una pietra.

Siamo sopra!!

Davanti a noi il versante meridionale della Torre d’Ovarda si erge libero dalle nebbie. Oltre il solco della valle, a sud, la Punta Lunella, dalla inconfondibile sagoma a seno turgido e capezzolo eretto.

In alto, sopra alle cime più alte, strisciano grigie le avanguardie della prossima perturbazione.

In mezzo, noi, e la Torre, che ci accoglie con una scarica fragorosa di sassi, persa nei solchi del Canalone del Diavolo. Attenzione alle pietre mosse dagli stambecchi, ci avevano detto. Ce ne ricorderemo.

Il Colle di Costa Fiorita è poco più avanti. Individuiamo la Cresta del Vento. Là dietro c’è la via di salita, ma prima dovremo costeggiare tutta la parete sud, con un traverso ascendente vertiginoso.

Ore 9, siamo al colle. L’occidente ribolle di nuvole nere, il brutto arriverà presto, dobbiamo assolutamente affrettarci, ma non rinunciamo a  salire ad un truc vicino.

Due sassolini accanto alla croce in ricordo di un ragazzino, morto fulminato 80 anni fa. Strappato al male a venire, è l’unico consolatorio pensiero di fronte alla crudeltà del caso.

Iniziamo il lunghissimo traverso. Superiamo come razzi il Canalone del Diavolo.

Annunciati da scalpicci e cadute di pietre compaiono gli stambecchi. Sono tanti, e stanno proprio sulle nostre teste. Simpatiche e pericolose apparizioni.

Con un occhio avanti e l’altro sopra, arriviamo alla Cresta del Vento. Da qui si rivela un’altra porzione di montagna. Decine di canaloni puntano verso l’alto, diretti verso una selva indistinta di contrafforti e dentini. Quale sarà il canale giusto? A segnalarlo ci dovrebbero essere due grossi ometti. Andiamo avanti. Qui? No, in alto sembra sbarrato. Forse là, oltre quel costone? Andiamo a vedere. Forse, ancora qualche metro avanti, la parete sembra potabile.

Abbiamo le ali ai piedi, il tempo è benigno e ci sentiamo in splendida forma. La nostra fortuna. E la nostra condanna. Di fronte si staglia la Croce Rossa, l’amica dell’anno scorso.

Perché non parla? Perché non dice che ci siamo spinti troppo avanti, e dovremmo tornare subito indietro, a cercare la nostra strada tra i canali appena oltre la Cresta del Vento?

Silenzio.

Le montagne sono troppo sagge per badare alle nostre frenesie: a loro basta stare lì, inamovibili ma non eterne, a rimirare i cicli infiniti di soli e lune. Che può importare a loro se noi, nella nostra cieca fretta, sbagliamo via e invece di salire un canalone ne prendiamo un altro? Abbiamo solo oggi disponibile per la gita? E allora? La limitatezza della vita umana è un problema nostro, soltanto nostro.

E così la Croce Rossa ci osserva muta, mentre sempre più veloci ed atterriti, sotto le scariche partite dalle zampe degli stambecchi,  risaliamo le ultime rampe di un canale e puntiamo all’ometto di pietre della cima. E’ fatta, anche questa è andata, siamo sulla Torre d’Ovarda.

A nord-ovest la cresta si abbassa bruscamente, verso il Passo del Canalone Rosso. Ad est, invece, prosegue quasi in piano fino ad un cocuzzolo con un enorme ometto in punta.

Ci guardiamo attorno, e capiamo la beffa. Questa non è la punta centrale, 3075 m di quota, ma l’Occidentale. Siamo a 2997 m sopra al mare.

Ci scrutiamo. L’imbarazzo della fregatura ci mette a disagio. Abbiamo pensieri che non vogliamo esprimere. Perché ci farebbero apparire ancora più stupidi di quanto non siamo già stati.

Sono le 11, da qui all’altra punta ci vorrà più di un’ora di roccette marce, abbassamenti ed aggiramenti. Dal basso le nebbie salgono, dall’ovest le nubi avanzano.

Che fare?

Hic manebimus optime, diciamo.

E ci sediamo tra i massi della cima, al cospetto dei grandi monti

Perché non ci avete detto nulla?

Lo vedevate che eravamo fuori strada, no?

Niente risposte, solo vento freddo. Ci spaventa l’indifferenza di questi luoghi. Il nostro esistere qui è del tutto ininfluente per questi monti, rocce, licheni stentati. Siamo due omuncoli seduti su di una pietra, battuti dal vento e intirizziti. Gli unici ad essersi accorti di noi sono stati gli stambecchi. Ed anche questi si spostano appena dal nostro cammino, giusto per evitare sdegnosamente di essere avvicinati da due bipedi con la lingua penzoloni e il volto stralunato.

Non c’è intimità, non c’è partecipazione. Possiamo anche illuderci di essere parte di un tutto, ma sappiamo bene che tra poco dovremo scendere, perché qui non possiamo rimanere.

Saremo qui, veramente, solo quando non potremo più salire con le nostre gambe. Non prima.

Scacciamo lo sgomento guardando il panorama.

Dal Rosa al Monviso si allarga tutto lo scenario delle Alpi Occidentali.

Croce Rossa, Lera ed Albaron sembrano a portata di mano. L’anno scorso ci hanno visti sulle loro pendici, e di lì guardavamo e riconoscevamo la Torre, dove siamo ora. Non proprio qui, perché la punta vera sarebbe un’altra. Ma qui è lo stesso, no? Non proprio.

“Cunfunduma nen la merda col pacioch“

Il paragone osceno ci fa ridere. Ci voleva, visto che dall’ovest avanza il brutto tempo.

Scendiamo. Tornando indietro cerchiamo di capire dove abbiamo sbagliato e, per fortuna, non troviamo alcuna evidente traccia verso l’alto. Ci consoliamo dicendoci che non siamo ancora del tutto ciechi. Galleggiamo sul traverso, appena sopra le nebbie che salgono. Il Colle di Costa Fiorita ci accoglie soffice di nuvole e ci consegna alla discesa vertiginosa verso Usseglio. Gli ultimi metri sono penosi per i muscoli doloranti, ma siamo all’auto.

Da stamani nulla è cambiato, il cielo qui è sempre plumbeo e stretto come un pugno.

Sono le 15, non passa nessuno se non un ragazzino che prova la moto e scruta di sottecchi stretching e strip di due affaticati escursionisti. A Lemie troviamo un bar aperto per la birra di rito.

“Se non era per il funerale di oggi, tenevo chiuso. Tanto con questo tempo non si ferma nessuno”

Così ci dice la barista.

Ah beh, grazie tante, brindiamo alla salute dello scomparso.

Brindiamo alla punta fatta, e a quella mancata. A tutti i canaloni dell’Ovarda che mai più saliremo. Al gusto acre della carne dell’orso, alla libertà di sbagliare e di ridere di noi stessi, brindiamo alla mania della punta più alta, alla opportunità infinita di ricordare e mai più tornare sui nostri passi per risalire l’ennesimo canale, sotto il tiro degli stambecchi.

“ Jamais de la vie?” chiede l’amico, speranzoso di una rivincita.

“Qui’l sait” rispondo.

Mi piace conservare una buona riserva, sui miei progetti.

Perché da lassù ho buttato l’occhio su altre gite. La bifida Orsiera, l’Autaret misterioso, i satelliti del Viso. Il tempo è tiranno, bisogna rubarlo ed amministrarlo.

Per ora attenderò che si squarcino le nuvole e, dalla pianura, vedendo l’Ovarda, potrò dire: “Ecco, là siamo stati. O quasi”.

02 novembre 2008 Caselle

La pioggia sfoglia i fiori dei Defunti.

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4 commenti leave one →
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    26/04/2013 00:28

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    Le esperienze sulla Torre non possono che esser indimenticabili. Lì poi la nebbia è di casa, e partir già con la nebbia è da veri temprati temerari. Chapeau. Bel racconto, sembra d’esser lì!

    Se ho capito bene non avete sbagliato. Il “sentiero” porta all’Occidentale, o comunque dove c’è una croce. Da lì, per cresta, aggirando un po’ di spuntoni, si arriva all’enorme ometto della Centrale.

    • 12/01/2011 21:20

      Temprati temerari… mah, forse era solo la voglia di camminare. Grazie per il dubbio che ci instilli, ma ci siamo proprio sbagliati nel senso che volevamo seguire un itinerario e siamo passati per un altro, finendo da un’altra parte. Comunque sia la carne dell’orso l’abbiamo assaggiata!

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  1. Il peso della farfalla – cacciatori e selvatici su per la Torre d’Ovarda « Ventefioca

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