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Passi sul Verzel

20/12/2010

La Bella Dormiente

L’associazione castellamontese “Terra Mia” pubblica nel suo quaderno annuale un mio breve articolo sul Verzel. Visto che i quaderni annuali vanno a ruba e non tutti riescono a  leggerli, lo pubblico qui sotto. A pochi chilometri da Castellamonte ci sono i Monti Pelati di Baldissero Canavese. Atmosfera lunare, vecchie cave di magnesite, sentieri finalmente ben segnati per passare qualche ora in un ambiente particolare. Da lì si vede benissimo il profilo della Bella Dormiente, della quale il Verzel costituisce i piedi. Scopriteli anche voi nelle mezze stagioni, quando la neve tarda ad arrivare come è successo tempo fa. Ora vi metto il racconto.

ALL’OMBRA DEL VERZEL

Se nasci, cresci, vivi o transiti per Castellamonte non puoi dire di non aver mai visto Quinzeina e Verzel. Sono semplicemente lì, ad affondare le radici nel castello che battezza il paese. Salgono, crescono, si rafforzano fino a svettare imponenti sopra i tetti delle case ed i comignoli in terracotta.

Sono montagne placide, dai fianchi abbordabili da parte di tutti coloro che riescono a marciare al di fuori di un sentiero. La Quinzeina è più massiccia, ha l’aria della padrona di casa ben convinta della giustezza delle proprie ragioni, poggiate su ampie basi. E’ meglio non contrariarla: dai suoi fianchi provengono temporali furiosissimi.

Il Verzel appare più defilato. Lo si potrebbe considerare come un prolungamento della Quinzeina, se non fosse per quella vetta aguzza che si innalza come un nasino alla francese, rivendicando individualità e altezza.

Forse non potrebbero esistere l’una senza l’altra. La Quinzeina apparirebbe come una comune montagna dall’aspetto di finto vulcano, con i fianchi regolari ed “ordinari”; il Verzel, senza la sua poderosa vicina, sembrerebbe un picco eccessivamente insolente e petulante, con il corpo massiccio ed il castelletto finale di rocce ripide.

Così si presentano sempre assieme, a braccetto. Anzi, osservandoli da Ivrea si fondono in una unica figura, la “Bella Dormiente”, con la  morbida silouette contrapposta alla linea rigida ed orizzontale della Serra.

Parliamo ora del Verzel.

E’ associato ai miei ricordi infantili di pic-nic domenicali alla Cappella della Visitazione, quando la famiglia si trasferiva in un prato, sotto ad un elaborato tendone, a respirare l’aria buona della montagna e a mangiare insalate di pomodori, prosciutto in gelatina e trote in carpione. Il tutto avveniva sotto l’occhio del Verzel, proteso ad osservare noi cannibali intenti a rizzare tende ed improvvisare partite a pallone ed a bocce. Il pomeriggio era dedicato ad infruttuose battute ai funghi nei boschi circostanti, o a passeggiare lungo la strada sterrata che conduceva alla cava di quarzo, alta sulla montagna. Ovvio che a questa cava non si arrivava mai, perché presto giungeva l’ora della cena o del rientro a casa.

La cava era il passaggio obbligato per salire al Verzel: sapevamo che esisteva un sentiero, che partiva dalla “Pera Bianca” e si inoltrava su per il fianco del monte, fin sotto le roccette della punta. A me ed a mio fratello sarebbe piaciuto salire fin là, se solo fosse stato possibile avere un po’ di tempo  a disposizione, e mezzi per avvicinarsi. Parlavamo di questi progetti con amici e conoscenti, ma questi scuotevano dubbiosi il capo: due ragazzini, in punta al Verzel, da soli… robe da pazzi!!!

L’aiuto sarebbe venuto da dove meno ce lo aspettavamo.

Un giorno mio padre si offerse di accompagnarci in auto fino alla Pera Bianca. Da lì ci indicò il sentiero che conduceva alla vetta del Verzel. Che emozione!! Eravamo sbalorditi dalla fiducia riposta in noi dal genitore, che proprio al Verzel era salito anni prima, in allegra comitiva, per piazzare la stele dedicata all’anno santo del 1975.

E così, quel giorno, anche noi giovanetti calpestammo i sassi del sentiero da capre che portava al Fornetto e di lì si insinuava per le rocce della cuspide terminale. Bastò fare attenzione nel tratto ripido sotto la punta, ma eravamo troppo emozionati per preoccuparci delle conseguenze di uno scivolone.

Che emozione dominare dall’alto la Valle del Piova, di cui avevamo esplorato soltanto le pendici più basse, durante innumerevoli battute di pesca alla trota.

E le tende della Visitazione, quanto erano piccole viste di là!

Le nebbie estive che giornalmente avvolgevano la cima ci indussero ad iniziare la discesa verso la cava. Da lì alla Visitazione fu solo una camminata a vaches, dopo la nostra impresa alpinistica.

Eravamo i novelli reduci della lotta con l’Alpe, potevamo finalmente dire ad amici e conoscenti “Lassù ci siamo stati”, suscitando tremori nelle zie, compiacimento negli zii ed invidia nei cugini.

Era fatta, la vetta ormai ci apparteneva. Nostro padre aveva pensato che, incassato il successo, ci saremo calmati ed adagiati sugli allori. Si sbagliava, purtroppo per lui. Da quel giorno i pic-nic alla Visitazione ci andarono stretti, volevamo scoprire nuove valli, nuovi percorsi, nuove cime.

La voglia di montagna era iniziata, la malattia doveva fare il suo decorso.

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2 commenti leave one →
  1. 21/12/2010 21:10

    Bellissimo racconto, mi è piaciuto.
    Conoscevo la Quinzeina, ma da visitatore troppo incurante ignoravo la tresca che aveva con il Verzel.

    Ps: se la prossima settimana viene la neve e le ferie, se non hai altri progetti e ti va di fare una scialpinata tranquilla ci potremmo sentire. Come avrai capito conosco ben poco le montagne canavesane, soprattutto dal punto di vista nevoso. A dirla tutta ci capisco anche poco di sci, ma finiamo in un discorso davvero scivoloso.

    Buonissime Feste!

    • 22/12/2010 10:17

      Volentieri, una sciata in Canavese si può mettere in programma!
      Buone Feste anche a te, ci sentiamo dopo Natale!

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