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Settembre arriva

30/08/2010

Quest’anno mi muovo in anticipo, nel riproporre le pagine di un caro amico sul mese di settembre. Ma oggi il vento su in valle ha spazzato via le nubi e l’umidità, mentre lo Chaberton, il Vallonetto ed il  Seguret graffiavano il cielo con i loro spuntoni. Una vera giornata di settembre, davvero.

Buona lettura.

DA “I Diari di Rubha Hunish”, di Davide Sapienza

14 settembre 2002. Periplo. Settembre.

Un mese sta tutto nell’essenza dell’attimo che lo definisce. Settembre mi spinge sempre verso queste correnti emotive. Negli ultimi giorni, settembre, come sempre, è arrivato puntuale.

Le strade e le case si sono svuotate. L’erba si è distesa alla luce del sole. L’erba si distende consapevole che questi sono gli ultimi giorni utili per mostrarsi nel pieno di quei colori fulgidi, pieni e autoritari come raramente capita di vedere alla fine dell’estate. E poi d’improvviso, è fine estate e come ogni anno scopri che l’attesa stagione non è mai durata il tempo sufficiente per esprimersi in pieno. Almeno questa è l’impressione che ti resta, il sapore agrodolce che si stampa sulla lingua quando guardi fuori dalla finestra. Da lontano, i profili di tutte le montagne, delle creste che le separano dal cielo senza fine e le linee a me chiare dei luoghi che ormai fanno parte del campo visivo della mia vita, sembrano tendere alla ricerca di riposo, come se desiderassero quella bruma che l’umidità volentieri regala alla terra dopo tanto piovere.

Ma l’estate di montagna non può esprimersi in pieno, ti sfugge di mano e mentre lo fa capisci che in qualche modo l’avevi avuta in pugno per brevi minuti, forse attimi. Passati. Le promesse, lasciano la scia della spasmodica attesa che le aveva generate, ma che non le ha portate alla propria realizzazione. Intanto, settembre si  presenta puntuale a partire dalla luce e dal buio, che quasi quasi, come noi bipedi, cambiano carattere assumendo una corposità diversa, come il vino giunto al momento giusto per essere gustato con lenta e precisa ritualità. Nettare da versare in un calice scelto con calma e accurata pazienza. Se si vuole gustare settembre, capire il suo freddo e il suo caldo, le angolazioni inedite delle cose che circondano la vita quotidiana, questo è il calice da innalzare. Proprio come le promesse non del tutto mantenute e neppure del tutto deluse, questo mese si concentra in quel momento, di un certo giorno, nel quale capisci che sta passando già anche se è ancora qui:  non ti eri accorto che era arrivato, anche se era già qui. Mi vengono in mente le descrizioni di Rigoni Stern, lui, uomo capace di essere la natura che lo circonda e la storia che porta dentro da mille anni.

Qui, dove noi viviamo, questo mese ha da sempre un significato particolare. Un’atmosfera di movimento finale cala dagli alpeggi, una lenta metodica e irrimediabile smobilitazione di animali e uomini soli. I cani si agitano, lo fanno apparentemente senza motivo, presumo sentano le cose come noi e, più di noi, che le esprimano istintivamente, senza mediazioni. Le bestie cambiano quota e inizia la lenta discesa verso l’autunno. Le marmotte non sono solo quel fischio sfuggente, ma grasse e simpatiche creature pronte a compiere la propria missione in letargo. La gente si allontana, ma anche chi rimane, in settembre è più distaccato. Sui sentieri e tra le vie nella roccia, la presenza di noi umani è quasi un’intrusione in un momento cruciale nelle stagioni del sole: il cielo è azzurro al mattino, i passi fermi, l’erba bagnata, la terra grassa e fragrante, gli alberi che non sono mai andati via, tornano a farsi notare in questi colori, come se rinascessero. Eppure, in realtà, stanno per ritrovare una ben nota quiete avvolta dal suono delle acque che scavano incessanti sopra e sotto la superficie della montagna. Su una cengia quegli animali straordinari si mimetizzano per poter salire ancora verso qualche segreto a noi mai svelato; anch’essi sono pronti a lasciarsi prendere dal canto dell’autunno e dalla gloria dell’inverno in montagna.

Anche un amico, un bel mattino di settembre, sembra venire dallo stesso mondo dove quel taglio di luce è più freddo e più nordico. Cambia il suono delle strade, come se il freddo salisse dall’asfalto appena lo calpesti, mentre le voci viaggiano in un universo che non mette mai piede sulla terraferma. Il tramonto viene furtivo e repentino e quando nei prati più alti cala il silenzio, se guardi dritto nell’oscurità in movimento, è come se quei sentieri e quelle rocce si radunassero in gran segreto per andarsene. Ma non se ne andranno. Lo sai, però temi che una volta o l’altra, offesi, lo faranno.

Non c’è solo una stagione che finisce ma anche conti sospesi che si chiudono e desideri nuovi da intrufolare nell’autunno per poter arrivare ancora freschi al cuore dell’inverno; le persone si soffermano più spesso sugli abissi dei pensieri e qualcuno prova a ripartire, ma l’energia sembra aver imboccato altre rotte, presa com’è da quei mondi che ribollono sopra le nostre teste, partorendone e sopprimendone altri a ritmo serrato, in continuazione, senza sosta. Nutrimento per i nostri spiriti e pane per le menti. Settembre sembra un mese in cui morire potrebbe coincidere a rinascere; un’emozione che dura un attimo, ma che traccia le notti come una strada lunga una vita. Ogni anno, per me, inizia solo a settembre.

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One Comment leave one →
  1. 03/09/2010 15:58

    settembre… piace tantissimo anche a me… anche se a fine mese le montagne si svuotano, gli alpeggi tornano silenziosi, e poi ad ottobre le greggi si mettono in cammino verso la pianura…

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