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Intermezzo letterario: Ramuz, Sepulveda e London

12/08/2010

“Derborence” di Charles Ramuz

La montagna di Ramuz è la montagna degli anni’30 del secolo scorso, quando le attrazioni della pianura ancora non avevano svuotato le valli. E’ una montagna di pastori, di villaggi arroccati su boschi in vista del Rodano, di alpeggi incassati tra le pareti di roccia ed i ghiacciai. Vite durissime eppure necessarie, senza alternativa e senza discussione.

Se ad un certo punto l’intera montagna crolla e seppellisce pascoli e baite, stritolando le greggi, le mandrie ed i pastori, che si può obiettare? Nulla, se non farsene una ragione e nutrire nuovi incubi nel cuore. E se, dopo due mesi, dalle pietraie riemerge un sopravvissuto, svagato e spaurito, come lo si può affrontare, rincuorare, riconciliare con ciò che è stato? L’amore è l’unica risposta , e l’unica soluzione.

Più che un romanzo è un racconto lungo su una montagna da scoprire, lontana mille miglia dalla moderna immagine turistica e bucolica. Eppure, ai dialoghi secchi e concisi si sovrappongono ed intercalano quasi senza preavviso descrizioni di paesaggi e riquadri naturali di una poesia e bellezza sorprendenti.

Libreria

L’immagine arriva da qui: bookshelves-of-bruno-petronzi

“L’ombra di quel che eravamo” di Luis Sepulveda

Tre militanti di sinistra, rientrati nel Cile odierno dopo anni di esilio. Un anarchico d’altri tempi, che li rintraccia e li convoca per un’ultima missione. Un giradischi che interrompe il suo volo aereo nel modo più tragico e meno opportuno. Un ispettore di polizia vaccinato agli insabbiamenti della politica, ed un agente alle prime armi nel rimanere a galla tra il nuovo che avanza e le secche sommerse del passato.

Un mix di elementi che Sepulveda dosa in un romanzo leggero solo in apparenza. Nostalgia, disillusione, irriverenza e speranza si mescolano, sulle luci ed ombre di un presente che trae necessariamente il suo essere dai tragici eventi del passato.

Saranno i sogni infranti e spezzati, ma non dimenticati, che spingeranno l’inconsueta banda di attivisti a superare le loro paure e le loro sconfitte.

“Siamo l’ombra di quel che eravamo, ma finché ci sarà luce esisteremo”

“The scarlet plague” di Jack London

A cavallo tra il 2012 ed il 2013 la razza umana è annientata da un un misterioso morbo, chiamato “la morte scarlatta”.

Sessanta anni dopo un vecchio racconta la sua vicenda ai pronipoti, che non hanno mai vissuto la grandezza del genere umano ed ora si aggirano in un mondo deserto, dal quale la natura ha praticamente cancellato ogni vestigia delle opere dell’uomo.

Un racconto amarissimo e molto pessimista dell’ultimo London, dove non mancano riferimenti alla spietatezza della lotta di classe ed alla infinità fragilità di un sistema di vita che, portato alla crescita smisurata di uomini e mezzi, si espone ad una fine immediata e tremenda proprio a causa delle sue gigantesche dimensioni.

Questo lungo racconto è stato definito da molti come arrangiato e superficiale: è vero, almeno in parte, ma, al di là dell’intreccio abbastanza confuso e “buttato giù”,  il messaggio che lancia è comunque un lacerante monito alla smania di onnipotenza e di crescita che affligge la società contemporanea. Sull’attualità di tale messaggio non penso sussistano dubbi.

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