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Una geografia famigliare 4/4

14/05/2010
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Ultima parte dell‘articolo di Barry Lopez.

Spero che la lettura vi abbia intrigato: in caso contrario, forse è colpa del traduttore…

Di tanto in tanto mi è stato chiesto quale paesaggio io preferisca. Forse il Tanami Desert nei Territori del Nord-Ovest australiano, dove rimasi per qualche settimana con la tribù Warlpiri? Le colline terrazzate di Bali, le vie d’acqua interne lungo la costa del Cile meridionale? Rispondo sempre di no; il mio paesaggio preferito è la mia casa nell’Oregon Occidentale, dove ho vissuto fin dal 1970. E’ con questo luogo che io ho la mia conversazione più duratura.

La casa si trova in un ripiano sulla riva settentrionale del Mackenzie River, ai bordi di una antica foresta di essenze diverse. La valle qui è troppo ripida per le coltivazioni, così vi sono pochi insediamenti umani. L’industria del legname ha richiesto il suo pedaggio, disboscando in molti posti le pendici dei monti. Ma il salmone Chinook guizza ancora di fronte alla casa, e guardando fuori dalle finestre ho visto linci, visoni e orsi neri. L’alce e il leone di montagna sono nei boschi vicini, così come il coyote, il castoro, la lontra e il cervo dalla coda nera. Dal fiume io sento regolarmente il richiamo dei falchi di fiume e dei martin pescatori crestati; e dagli alberi il corvo, il picchio e tanti uccelli – capinere, cince e tordi  tra tutti.

Abeti Douglas, cedri, hemlocks e aceri dalla foglia grande stringono la casa così da vicino che hanno cancellato l’orizzonte. Qualche volta, quando il vento agita le loro chiome, mi sembra di abitare in una prateria di alghe marine. L’immensità di questa foresta montana, così come l’immensità del Pacifico, è percepibile con chiarezza;  ad essa io contrappongo i dettagli della vita qui: il richiamo notturno della volpe grigia, così simile all’urlo di terrore di un bambino; i segni di unghiate sui bordi sfasciati di un capanno, smantellato da un orso nero; un boa rosso, pallido come il gambo di un fungo, allungato una mattina sugli scalini della cucina; il bagliore di una punta di freccia in ossidiana, che disseppellii una sera con una zappetta mentre sistemavo con dei mattoni un passaggio nel bosco.

Nel corso degli anni, restando in questo luogo, ho udito, sentito, tastato, palpato e odorato molte cose notevoli. Non ricordo nessun giorno di escursioni all’aperto in cui qualcosa di nuovo o di sconosciuto non fosse divampato davanti a me. Sono assolutamente convinto  che non vi sia nulla di singolare in tutto ciò, qui a poca distanza dal fluire del traffico di turisti che sfrecciano vicino alla casa ogni giorno, in inverno ed estate, diretti ai centri turistici in montagna o a pesca lungo il fiume. Ai più, il mio paesaggio deve sembrare innocuo, ordinario.

Eppure, io sono felice, in questo posto di campagna senza pretese. Nelle mie conversazioni con lui, io capisco, una volta di più, chi io davvero sono. Esso mi inonda continuamente di mistero, perché la sua natura è troppo complessa per essere completamente conosciuta. Se desidero il piacere dell’intimità, dell’integrazione e dell’accettazione, la mia sola possibilità è imparare da questo luogo partecipandovi.

Ritengo che qui la mia probabilità di integrazione è molto simile a quella che avevano al loro tempo i pittori del Magdaleniano: lo stare dentro alla fisicità del mondo in maniera il più possibile completa. Il non optare per l’espediente del distacco.

Ora che il riscaldamento globale inizia a guidare le nostre scelte politiche, le scorte di pesce pelagico vanno a picco, le falde acquifere vengono prosciugate, possiamo concludere che siamo stati di vedute molto corte, nel trascurare ampiamente l’impatto che la geografia ha sulle nostre vite. Ora che gli uomini migrano dalle loro terre devastate in Asia ed Africa in cerca di territori più ospitali – o semplicemente in cerca di lavori meglio remunerati – possiamo ben dire che abbiamo fatalmente sbagliato nel non aver riservato maggior attenzione alla consapevolezza della geografia dei luoghi, mentre sviluppavamo le nostre politiche interne ed internazionali.

Le Jack Hills si trovano circa 400 miglia a Nord-Est di Perth, nell’Australia Occidentale. Là, negli anni ’80, gli scienziati trovarono un filone di cristalli di zircone che a quell’epoca rappresentavano la porzione più antica della crosta terrestre. Uno di questi risaliva a 4,27 miliardi di anni fa; si era cristallizzato circa 250 milioni di anni dopo la formazione della Terra. Dopo aver letto su Nature della scoperta, mi sentii obbligato a vedere quella regione. Non volevo portar via alcun campione. Desideravo soltanto, se potevo, diventare per un momento parte del flusso del tempo laggiù.

Usando una mappa fatta a mano da uno dei geologi coinvolti nella ricerca, e utilizzando un passaggio aereo offerto dal direttore di un allevamento di pecore che includeva una parte delle Jack Hills, feci l’ultimo tratto di strada con una jeep dall’aeroporto regionale di Meekatharra fino alla direzione  dell’allevamento e, la mattina successiva, arrivai al luogo della scoperta.

Parcheggiai in una macchia di eucalipti ai piedi del canale dove i cristalli erano stati scoperti, e lentamente salii su per la collina, guardando con attenzione il terreno.

Mentre mi venivano in mente lontani eventi dell’Archeozoico, sprazzi di piccole budgerias, verdi brillanti e gialle, guizzavano tutto attorno. Galahds e kakatua con la cresta si chiamavano da alberi lontani. Mi sedetti per un momento sul bordo del canalone asciutto e, di tanto in tanto, scrutavo con il binocolo sezioni successive di quel territorio di colline frananti. Non si muoveva nulla. Non vidi pecore, neppure gatti selvatici o capre (queste ultime, mi aveva detto il direttore dell’allevamento, erano state la sua nemesi più grande); solo i contorni aridi di una terra sfavillante, con poco humus e impronte così rade da poter essere ben distinte.

Nel primo pomeriggio fui sicuro di aver individuato il punto esatto in cui i cristalli erano stati trovati. Il riferimento geologico era inequivocabile. Indugiai lassù per un’ora, riempiendomi gli occhi del brillare dei cristalli, che scintillavano al sole sotto i miei piedi.

Mentre ritornavo al fuoristrada mi fermai per puntare il binocolo su di piccolo  stormo di cacatua grigi e rosa, con le creste bianche. La luce del tardo pomeriggio infiammava i loro petti rosa ed io potevo facilmente suddividerli in femmine, dall’occhio rosso, e maschi, dall’occhio marrone. L’aria surriscaldata risuonava dei loro rauchi richiami, come un’eruzione che scaturiva dalle alte chiome degli eucalipti sotto i quali avevo parcheggiato. Dal bordo superiore del canalone, il mio sguardo spaziava oltre le chiome delle piante, fino alla pianura al di là di esse, una savana schiacciata dal sole sotto un cielo blu pallido. Era troppo lontano, laggiù, per percepire e identificare le voci degli uccelli, ma forse, solo in quel momento, altri uccelli a me sconosciuti stavano annunciandosi in quel frammento di spazio.

Fine

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One Comment leave one →
  1. Serpillo permalink
    17/05/2010 14:15

    Stavo aspettando la fine delle puntate per commentare 🙂
    Interessante Lopez che girando il mondo preferisce la sua casa… proprio vero il proverbio!
    Occhi nuovi per “vecchi” posti che non finiscono mai di meravigliare

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