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Una geografia famigliare 3/4

08/05/2010
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Terza parte della “Geografia famigliare” di Barry Lopez.  Se la traduzione non vi convince, l’articolo originale lo trovate qui!

La familiarità con la terra apparentemente risveglia in noi, a qualche muto livello, una consapevolezza primitiva sulla natura del nostro attaccamento ad i paesaggi fisici. Basandomi sulle mie ricerche, la mia impressione è che noi prendiamo  coscienza regolarmente di questa connessione, percepita come un piacere diffuso ed inspiegabile al termine  di un qualche desiderio nascosto.

Ricordo le immersioni su di un bassofondo senza nome all’altezza della Dixxon Entrance, vicino al lembo meridionale della Prince of Wales’ Island, nelle acque costiere della British Columbia. Ero lì con un gruppo di ecologi che studiavano le comunità bentoniche della zona.

L’immersione è una forma di esplorazione molto intensa, e per molti sub il ricongiungersi in questo modo alla terra è una sensazione quasi immediata di contatto amoroso.

Il volume limitato di aria a disposizione ti fa comprendere che il tempo che avrai sott’acqua sarà relativamente breve. La resistenza dell’acqua ti annuncia che non andrai lontano. E l’apertura ristretta della maschera ti comunica, come il cappuccio di un saio, che molto di quel che c’è là sotto probabilmente non lo vedrai. In compenso, la gravità non è un impedimento al tuo desiderio di osservazione. Puoi nuotare a tuo piacere su e giù lungo i dirupi di una scarpata di 100 piedi e, se hai buone doti di acquaticità, puoi rimanere sospeso a pochi pollici dal fondo a scrutare una qualche minuscola creatura minuto dopo minuto, mentre questa si nutre.

Quel giorno, immergendomi alla Dixxon Entrance, mi sentii come un astronauta durante una passeggiata spaziale. Il bassofondo, che si innalzava fino a 60 piedi dalla superficie, misurava soltanto 200 piedi di diametro e poi ricadeva da ogni lato verso le profondità degli abissi. Mentre la nostra nave appoggio, la Alpha Helix del NOAA, galleggiava tranquillamente poco lontano, noi sei ci dividemmo per esplorare il complicato labirinto di quella insolita formazione.

Come prevedibile in quelle correnti fredde e ricche di nutrimento, il bassofondo era del tutto ricoperto da spugne, idrocorax, anemoni, cannolicchi, ricci di mare e nudibranchi rivestiti di colori brillanti. Crostacei apparivano in ogni piccola crepa, e uno di noi vide un polipo. I pesci piccoli guizzavano tutto attorno, i pesci grandi inseguivano il cibo. La scena restava genericamente famigliare ad altre immersioni in acque fredde che avevo fatto nel Pacifico del Nord-Ovest, fino a quando non passai a pochi piedi da una apertura quasi del diametro del mio polso. Ne uscì la testa tozza di una murena – una testa antica, calva, quasi terrificante. Una murena-lupo, dedussi, e scartai bruscamente. Più tardi, incontrai un’altra murena-lupo, lunga circa tre piedi, che ondeggiava per il bassofondo con quel suo andare spettrale e sinuoso. Essa scatenò in me lo stesso allarme primordiale di poco prima, proveniente dal mio cervello di mammifero, ma il tappeto roccioso sul quale si muoveva – verdi pallido e marroni scuri movimentati dalle ombre delle onde in superficie e accentuate da punti brillanti di giallo  e verde brillante, albicocca, carminio e lavanda – dava alla murena un qualcosa di innocente e vulnerabile nel quale identificai me stesso, sospeso laggiù nel mare aperto.

Sono stato molto fortunato a fare esperienza del mondo fisico in modo così diretto, ed aver avuto tempo di scrutare ed osservare, fare domande e ascoltare mentre qualcuno illustrava le caratteristiche sottili di un paesaggio locale. Fin dalla prima infanzia sono stato attratto dalla geografia e dai suoi studiosi, anche se non sempre ero attirato dai luoghi spopolati che ho finora descritto.

Durante una visita a Kabul, nell’autunno del 2007, il mio ospite mi offrì i servizi di un autista Pashtun (vestito nei suoi abiti tradizionali) ed un’auto così scassata da conferirmi un profilo decisamente modesto.

In due giorni l’autista ed io ci facemmo largo in ogni quartiere di quel luogo incandescente, affollato, soffocato dalla polvere ed eroico. Avevo detto   al mio ospite che volevo vedere che cosa succedeva realmente nelle strade della città. Come se la passava veramente la gente?

Ho visto uomini in fornaci a cielo aperto trasformare a mano con infinita cura pezzi di metallo grezzo in ricambi per automobili. Vidi un uomo vendere un melograno preso da un piccolo cesto per la frutta, ed era la totalità dei suoi redditi.

Vidi pastori spingere branchi di capre attraverso mucchi crepitanti di spazzatura, nello stesso momento in cui ricordavo un pranzo di lavoro di qualche giorno prima con un ministro afgano, un uomo ansioso per i piani di sviluppo economico del suo paese.

E’ osservando l’interazione dei dettagli minimi con il quadro globale più grande e rilevando la tensione tra il particolare rivelatore e la condizione generale, che le vicende nelle quali più confidiamo per capire la vita prendono forma. Per me, quelle storie hanno avuto spesso a che fare con la commedia umana in luoghi fisici – il Pacifico di Melville, la Yoknapatawpha County di Faulkner, l’Honshu di Saygo, la Johannesburg della Gordimer.

La geografia, secondo alcuni studiosi, ha influenzato, sottilmente ma direttamente, lo sviluppo delle nostre culture, dei nostri linguaggi, della nostra alimentazione, delle nostre organizzazioni sociali e, in qualche modo, anche delle nostre politiche. Ogni volta che ho viaggiato in luoghi remoti e, per buona parte,  ancora regolati da cosiddette usanze tribali, mi sono spesso reso conto di osservare un qualcosa che l’uomo moderno potrebbe aver smarrito nel suo percorso da Altamira a Roma e Tenochtitlan,- nello specifico, l’idea che la geografia fosse centrale nel suo destino.

Un tempo, posso facilmente immaginare, noi tutti avvertivamo il senso di benessere derivante direttamente dalla nostra famigliarità ed il nostro muoverci avanti e indietro nelle profondità dei nostri luoghi fisici.

Fine parte 3 di 4

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