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Una geografia famigliare 2/4

29/04/2010
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La seconda parte della “Geografia Famigliare” di Barry Lopez. Il testo originale lo trovate qui.

Come altri viaggiatori accaniti, ho spesso osservato la superficie terrestre da aerei che volavano molto in alto, ma quelle immensità non hanno mai suscitato l’impatto emotivo del silenzio smisurato che ho sperimentato quella notte sull’Anaktuvuk River o della vista più circoscritta che ebbi più tardi, nel caos dell’Oceano del Sud. Ciò che manca dalla veduta da un aereo è la fisicità dei luoghi che deriva dai sensi. Il suono e l’odore del posto, la particolare pressione dell’aria che accompagna ciò che si osserva. E’ l’intera portata del paesaggio che non è evidente, ovvero quel che si potrebbe chiamare l’autorevolezza della terra. L’emozione della distanza nella valle di Anaktuvuk, quella notte, era stata intensificata dallo scorgere il brillare di poche rocce coperte di licheni, vicino alla mia mano, e nel riuscire a creare una connessione, nel medesimo istante, tra vicino e lontano. Allo stesso modo, la vista dalla superficie terrestre, a differenza della veduta da un aereo, porta con sè un primo ed un secondo piano – i miei guanti gialli sul corrimano dell’Hanseatic e gli albatros in volo tra la nave e l’orizzonte.

Non voglio però dire che non si può stabilire un contatto famigliare con la terra anche stando a bordo di un aereo.

Molti anni fa, quando facevo ricerche per un libro sull’Artico, ho volato spesso con un pilota di nome Duncan Grant. Duncan volava regolarmente e con passione su di un Twin Otter attraverso l’arcipelago canadese di Queen Elizabeth, a nord del continente americano, portando avanti ed indietro scienziati e equipaggiamenti da remoti campi di studio. Molti piloti da quelle parti tendono a volare in linea retta, tra A e B, ad una quota fissa di 3000 piedi. Duncan tracciava delle rotte a zig zag, come una volpe artica alla ricerca di cibo, ad una altezza di circa 300 piedi. Anche come passeggero non perdevi assolutamente il contatto con la dura terra. Solitamente Duncan seguiva i canali nel pack del ghiaccio estivo, sperando di scorgere un balenio di narvali. Richiamava l’aereo all’indietro fin quasi allo stallo per superare ancor più lentamente un gregge di capre delle nevi.

Ho imparato da Duncan e dal suo mantenere uno stretto contatto con la superficie terrestre così attiva e mutevole che cosa volessero esprimere Saint-Exupery, Anne Morrow Lindbergh e altri piloti con il termine “fascino del volo.”

Non era tanto la libertà dalla terra che essi cercavano, quanto il riscatto dalla tirannia della distanza. E ciò che scoprirono, ed era genuinamente nuovo nelle loro esplorazioni, fu un tipo differente di vicinanza con i luoghi terrestri, sia quelli che già erano loro familiari, sia quelli che vedevano per la prima volta.

Libri come “Terres des hommes” di Saint Exupery, o “Ovest con Notte” di Beryl Markham hanno attirato la mia attenzione a causa del patto stretto dai piloti con la terra fisica, includendo in essa i loro sentieri nel cielo. Le loro percezioni mi hanno illuminato sulla maggior parte delle complesse relazioni dei luoghi che sono la caratteristica dei sentimenti umani riguardo la geografia. Essi hanno definito e dato vita a  quelle che fino ad allora erano mere astrazioni – la pianura porpora, il fiume scintillante, le onde dorate del grano.

Quando penso ai miei tentativi di conseguire un rapporto intimo con la Terra, la prima cosa che mi viene in mente non è tanto la mia vittoriosa lotta per guadare un torrente impetuoso nella Cascade Range dell’Oregon, o il tentativo di riprendere l’equilibrio nel calore di fornace delle strade di Dubai, o ancora l’improvviso e disorientante incontro con un branco di orici nel deserto della Namibia, nel 1987.

Penso, invece, alla grotta di Altamira.

Nella primavera del 1991, il direttore del museo di Altamira mi offrì una visita  privata a questa galleria di arte Paleolitica nella Spagna Cantabrica. Accompagnato da una guida e con nessun limite di tempo, potevo muovermi nelle varie sezioni della caverna alla velocità che volevo, grato alla pazienza della guida per la mia lentezza. Osservai ogni pittura cambiando apposta la prospettiva rispetto ad essa, percependo la vicinanza soffocante delle pareti e l’oscurità che mi avvolgeva. Mi interrogai, come ogni altro visitatore, sul significato di ciò che era stato prima di me, ma questi sforzi intellettuali erano la questione di minore importanza. Circondato da questa vivida ed impressionante manifestazione di immaginazione umana all’opera, e con il silenzio umido che esagerava il contrasto delle pitture, percepii una flebile identificazione con quegli artisti. In un certo modo, essi erano i miei antenati di Cro Magnon. La storia dell’Olocene – la coltivazione del frumento, la codifica delle leggi sotto Hammurabi, la nascita delle dinastie cinesi – nulla di ciò mi passò per la mente. Tutto quello che riuscivo a   comprendere era questo testamento sfavillante che i cacciatori del Magdaleniano avevano lasciato dietro di sé, e me stesso che gli stavo di fronte, il parente distante, dallo sguardo fisso ed il respiro pesante.

Quando uscii dalla grotta e guardai il patchwork di orti, recinzioni e semplici casette a due piani nella cittadina di Santillana del Mar, sentii un’ondata di empatia nei confronti del genere umano, come se il dipingere ed il coltivare la terra fossero entrambe espressioni di sopravvivenza da parte di esseri umani separati solo da poche generazioni.

Fine parte 2/4

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