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Una geografia famigliare 1/4

21/04/2010
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Barry Lopez è un naturalista americano. Più che un naturalista, lo definirei un filosofo. In Italia ha pubblicato “Artico” e “Lupi”, di cui avevo già parlato tempo fa. In rete ho trovato un articolo bellissimo sul rapporto tra uomini e geografia, sulla familiarità (perduta?) con i luoghi, le scoperte e le prospettive che si aprono se si osservano i posti in cui si vive – anche i più comuni – con la mente pronta a riceverli. L’articolo mi è piaciuto così tanto che l’ho tradotto e lo pubblico di sotto. La versione originale sta qui.

UNA GEOGRAFIA FAMIGLIARE

di Barry Lopez

Era notte,ma non c’era il colore di cielo che ci si poteva attendere. Il sole stava là a nord, poche dita sopra all’orizzonte, e l’aria stessa si mostrava ancor più blu di quanto fosse nel pomeriggio, quando la luce era più gialla.

Io ed un amico eravamo in cima ad una collinetta sui Brooks Range, nell’Alaska del Nord, in una “serata” di giugno. Avevamo i nostri binocoli puntati su di un branco di centinaia di caribù al pascolo, tre miglia più avanti, nell’ampia e  spoglia valle dell’Anaktuvuk River, modellata a U da antichi ghiacciai.

Seduti lassù, qualche centinaio di piedi sopra al fondo della valle, ci stupivamo  dell’aria così trasparente da poter vedere il corso del fiume sino alla sua confluenza con il Colville River, 90 miglia più a valle. L’atmosfera cristallina diffrangeva così poco la luce che solo la curvatura della terra ci impediva di scorgere la Terra di Francesco Giuseppe, nell’Artico Russo.

Poggiai le dita della mano sinistra su di un ciottolo immerso nel terreno della tundra, per spostare il mio peso e fissare meglio lo sguardo. Un lichene color arancio ferì il mio sguardo come una torcia al plasma, prima che mi rivolgessi di nuovo al mio teleobiettivo e ai distanti caribù.

Anni dopo, sul lato opposto del pianeta, ero a bordo di una nave tedesca impegnata in crociere eco-turistiche, la Hanseatic, di 403 piedi, che stava attraversando lo Stretto di Drake tra le isole Falkland e la South Georgia. Il vascello caracollava tra onde di 40 piedi, impuntandosi e rollando in una tempesta da undicesimo grado di scala Beaufort, un punto meno dell’uragano.

Imbacuccato in un giubbotto da tempesta e aggrappato ad un corrimano sottovento su uno dei ponti superiori, stavo spalla a spalla con un collega, Will Steger,l’esploratore polare della mia generazione. La superficie del mare grigio di fronte a noi non aveva un attimo di calma, nessuna trasparenza. Veli di schiuma sollevata dalla tempesta vagavano nell’aria, e le grida di uno stormo di albatros,  brancolanti in un volo incomprensibile, foravano il ruggito del vento, alzandosi ed abbassandosi tra le strutture della nave. Nella luce senza ombre del mattino, di scorcio alla presa dei miei guanti di gomma sul corrimano, e di scorcio allo scrosciare dei lembi dei nostri parka nel vento, la superficie dell’oceano era un altro esempio dell’immensità della Terra, in questo caso un po’ più limitata e  rumorosa di quella sui Brooks Range.

Nell’aprile del 1988 stavo viaggiando in Cina in compagnia di altri nove scrittori americani, tra i quali Maxine Hong Kingston e Harrison Salisbury, il leggendario reporter del New York Times. Il giorno prima ci eravamo incontrati a Chongquing per qualche ora di presentazioni e incontri con un gruppo di scrittori cinesi; ora stavamo per discendere le strettoie del fiume Yangtze che tagliano le Wushan Mountains alle famose Tre Gole, a monte di Yichang.

A quel tempo, anni prima della costruzione della diga delle Tre Gole, lo Yangtze scorreva ancora rapido al fondo di questo canon, scendendo di 519 piedi tra Chongqing e Yichang. Nonostante la serie di rapide, l’acqua brulicava di attività – uomini a torso nudo remavano su barche snelle, a forma di piroghe, su, giù e attraverso lo Yangtze; battelli passeggeri più grandi, come il nostro, avanzavano a fatica; superavamo navi da trasporto e chiatte che risalivano la corrente. L’aria era pregna dell’odore di verdure fresche, pesce marcio e immondizia.  La scena – una sorta di cliché del Terzo Modo – era ben poco attraente, fino a che non scorsi, inaspettate, estese fughe di spazi verticali sulla riva destra, campi variopinti che si innalzavano per oltre 900 piedi, diritti contro il cielo blu. Le pendici terrazzate erano ripide come piste da sci, una trama di orti e campi di riso punteggiata di capanne e case. Queste immagini furono visibili attraverso la cortina di nude rocce  per non più di trenta secondi, mentre la nave proseguiva in avanti, ma l’enfatica convergenza di geografia fisica e culturale era spettacolare. La semplicità di quelle fattorie fece accelerare il mio cuore, ed in quella gola muta e impossibile scoprii un tipo differente di immensità seducente. Desiderai più tempo per scovare ogni dettaglio rivelatore di quei risalti naturali. Ma la nave tirò diritto. Inalai profondamente il profumo pesante di umanità attorno a me, e guardai fisso il riflesso di luce sciabordante senza riposo nell’acqua torbida dell’onda di poppa.

Fine parte 1

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