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Adieu

08/04/2010

Tiglio ed ippocastano

Le due piante sono un tiglio ed un ippocastano che, fino alla scorsa settimana, svettavano all’incrocio tra Corso Vercelli e Via Cuorgné, in Torino. Mi davano il benvenuto in ufficio tutti i dannati giorni feriali;  più volte hanno riparato dalla pioggia coloro che aspettavano il bus, all’incirca dove staziona la prima autocisterna. I rami secchi servivano a scaldare le demoiselles che le sere d’inverno praticavano la loro arte, all’incrocio della via.

Adesso stanno costruendo una casa a ridosso del palazzo con i tabelloni pubblicitari,  e quindi non c’era più spazio per le due piante. Al loro posto sta una gru. Peccato, a me facevano compagnia e tenerezza, così alte a svettare su questa periferia lugubre.

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9 commenti leave one →
  1. Denise Cecilia permalink
    10/04/2010 09:39

    Che bello ciò che scrive Beppeley: Ogni nuovo giorno, quando apriamo gli occhi e cominciamo una nuova giornata, elaboriamo il nostro mondo.

    Penso alle piante centenarie che svettavano nella mia piazza sino a un lustro scarso fa, uccise per far spazio ad un’improbabile distesa desertica di sampietrini, per giunta sconnessi. Le radici sollevavano il cemento? Potevamo andare loro incontro e modificare quest’ultimo, per esempio. Lo spazio per il nuovo parcheggio sarebbe stato inferiore, ma avremmo preservato una porzione di anima e di storia locale; quella che tanti osannano – ma sputandoci poi distrattamente sopra.

    Un saluto.

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    • 11/04/2010 14:42

      Scrivi bene, è la perdita di anima ciò che più mi spiace. Quelle deu piante lungo quel corso di Torino significavano poco, forse, ma penso agli ulivi centenari stradicati dalla Puglia e deportati qui per essere piantati nelle villette a schiera delle nebbiose piane circostanti Cuneo, Alessandria, Vercelli: che anima pensano di “acquistare” i fortunati possessori di una pianta che, il più delle volte, è destinata a morire di freddo e mancanza di sole?
      “Mi sono fatto anche l’ulivo”… sembrano dire i fortunati… bah!

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      • Denise Cecilia permalink
        11/04/2010 16:47

        Ah sì, gli ulivi credo siano l’esempio più palese ed eclatante dell’andazzo.
        “Mi sono fatto anche l’ulivo” l’ho davvero sentito dire, al limite in termini diversi ma con identico significato, ma grazie al cielo mi è capitato anche (una sola volta, sic) di incontrare un amante del verde il quale nonostante le richieste della moglie, e le pretese degli amici-concorrenti si rifiutava di torturare inutilmente una pianta inadatta al nostro clima.
        Come dire… appunto, bah!

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  2. 09/04/2010 07:16

    come scrive anche serpillo, mi domando pure io come facciano a resistere, queste piante di città, tra smog ed asfalto, potature orripilanti e tutto il resto

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  3. 08/04/2010 22:52

    Ma come, non lo sai?
    Non c’è spazio per chi non “ha voce” – !!!!!!!!!
    Ossoinbocca

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  4. 08/04/2010 21:59

    Che desolazione…Il dogma è cementificare, costruire… tanto va sempre bene, fa PIL.

    Ma questa è una desolazione prima di tutto mentale. Continuo a sostenere che la distruzione dell’ambiente non è un’annientamento di un oggetto. E’ un annientamento dell’umanità. L’ambiente, come sovente lo intendiamo oggi, non è un qualcosa che esiste a prescindere da noi. La “realtà ambientale” la creiamo noi, continuamente. Tanto sporco e devastazione c’è dentro di noi e tanta monnezza e degradazione ritroviamo al di fuori di noi.

    Non esiste una realtà altra se non quella che noi promaniamo. Siamo noi a volere tutto questo.

    Ogni nuovo giorno, quando apriamo gli occhi e cominciamo una nuova giornata, elaboriamo il nostro mondo.

    La realtà intorno a noi è una nostra invenzione che nasce dalla nostra mente.

    Oggi terribilmente perversa.

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  5. laura permalink
    08/04/2010 19:14

    coincidenze…proprio oggi hanno tagliato l’enorme pino sotto casa mia.
    Che tristezza…

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  6. 08/04/2010 14:56

    E si’, e’ veramente un peccato che siano state tolte.
    Anche io, con le “mie ” piante alla fermata del tram dialogo e mi fanno compagnia. A volte penso come facciano a resistere con le radici imbrigliate dall’asfalto. Ma.

    Serpillo

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