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Tristi montagne – la recensione

07/03/2010

Melancolia di Duhrer

Cronache di follie e drammi, vicende oscure e sconosciute che si generano nel cuore delle Alpi. Christian Arnoldi costruisce una guida alla montagna triste che si insinua come un coltello nella idea comune della montagna come luogo di purezza, nobiltà e riposo dagli affanni dei tempi moderni.

In tale contesto di quiete e rilassamento hanno luogo le  “Cronache del disincanto”, una lucida enunciazione di atrocità e drammi avvenuti tra i monti delle quali si sconsiglia la lettura a chi è facilmente impressionabile.

Una spiegazione dell’alto tasso di delitti e suicidi nelle zone alpine prende le mosse dalla idea di montagna odierna vista come “invenzione” della pianura; attraverso la rarefazione sociale e la struttura sociale del rispet, l’autore illustra la problematicità dei diversi spazi morfologici in cui  coabitano le popolazioni alpine e le conseguenze drammatiche, in termini di spaesamento, dovute alla intermittenza esistenziale tra momenti/luoghi di sovraffollamento e situazioni di quasi abbandono e solitudine estrema, governate da una socialità delimitata da consuetudini rigide ed esclusive. Intermittenza ben percettibile nella cosiddetta “stagione morta”, quando alle nove di sera il deserto sociale si impadronisce di valli e paesi anche economicamente opulenti (il libro si riferisce espressamente alle valli trentine – Fiemme, Fassa, Non e Val di Sole).

Nell’ambito di questa altalena di differenti stimoli, tra le mure domestiche maturano angosce e solitudini che vengono sepolte come segreti inconfessabili di interi villaggi, mentre tutto attorno frotte di turisti inseguono divertimenti, relax e benessere.

Di fronte a questa dicotomia,  l’autore “rivendica alla sua montagna, al di là di tante inutili retoriche e di tante fandonie, il diritto di essere normale.” (dalla prefazione di Giovanni Kezich).

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8 commenti leave one →
  1. cecilia2day permalink
    10/03/2010 14:53

    [Scusa i refusi! :)]

  2. cecilia2day permalink
    10/03/2010 14:49

    E rieccomi. Puoi andar tranquillo, Gipì: proprio perché a queste professionalità (antropologo, etnologo, sociologio e compagnia danzante) ed alla professionalità in generale ci tengo, non potrei negare che in parecchi ci si osserva estasiati l’ombelico piuttosto che… scavarci dentro, al nostro e a quello altrui, diciamo.
    Con questo non mi permetto di giudicare nè l’autore (Arnoldi) nel suo complesso nè tantomeno la sua persona, chiaramente. Io non so quale sia il suo orizzonte e dove posi lo sguardo, mi limito a riferire di cosa mi suggerisce l’analisi di Corti, senza per altro che la palese competenza di quest’ultimo mi condizioni ad operare un paragono tra i due piuttosto che tra il testo di Arnoldi e la realtà.

    E allora.
    Può sembrare scollegato dalla questione, ma mentre leggevo Corti ripensavo anche a Gian Antonio Stella e la sua descrizione (1996) di un Trentino tradizionalista ed autonomista, sviluppato economicamente su due soli fronti – agricoltura / zootecnia e turismo – e strenuo difensore delle proprie aree naturali, fra le prime posizioni in Italia per numero di suicidi e tuttavia affatto afflitto (perdona l’allitterazione) dalla sindrome della ‘montagna triste’ teorizzata da Arnoldi fra gli altri.
    E’ in effetti, quella di Stella, una visione che voglio contrapporre a quella di Arnoldi che pare – a giudicare dagli estratti – pessimisticamente votata all’idea di un irreparabile destino di sofferenza per le montagne e chi ci vive. Certamente Stella scrisse ‘Il mito del NordEst: dal boom alla rivolta’ con intenti ben diversi e volendo discutere e presentare aspetti della realtà del cosiddetto Triveneto sì legati alla natura intima delle sue popolazioni, ma senza pretesa di esaurirli. E d’altra parte il Trentino entrava ed entra in questo quadro, più che marginalmente, pienamente ma secondo canoni tanto peculiari da richiedere un capitolo a sè.
    Dunque più che associare unicamente alla montagna una certa ‘angosciante impressione di segregazione’ (cito Arnoldi), impressione che come ben spiega Corti non è per nulla solo montanara ma altrettanto cittadina; sarebbe bene esemplificare in che modo e perché la solitudine – chiamiamola così – del montanaro è diversa da quella dell’indigeno urbano.
    Ma può darsi che il resto del testo, il non citato, vada appunto in questa direzione: tu l’hai già letto? In tal senso sembra indicatore positivo quanto detto da Kezich sulla volontà dell’autore di ‘rivendica[re] alla sua montagna, al di là di tante inutili retoriche e di tante fandonie, il diritto di essere normale’.
    A me pare che la montagna triste per implicita natura sia tanto artefatta quanto la montagna sorridente ad oltranza che è, questo sì, ‘invenzione della pianura’.
    Non entro poi nel merito delle note di tipo politico di Corti, che però ho trovato quantomai pertinenti: mi fermo a confermare, comunque, che è terribilmente fuorviante, in particolare per uno specialista che tenti di render conto di una realtà complessa (quale la specifica misura di benessere psicologico-culturale e morale offerta da un preciso territorio) scartare o sottostimare la valenza profonda, non puramente ideologica o annoiata, della conservazione o addirittura del recupero di conoscenze, tradizioni e più o meno sensate rappresentazioni identitarie antiche.

    Per esempio.

    • 11/03/2010 08:04

      Circoscrivere e spiegare in un libro di cento pagine uno stato d’animo di una persona non è cosa di poco conto… se poi si vogliono analizzare pulsioni e azioni di una comunità diventa ancora più complicato. Da un lato la fredda statistica può aiutare, dall’altro si corre il rischio di correre dietro a proprie idee e pensieri precostituiti. Dal rumore di fondo l’esperto tira fuori e cerca di spiegare le anomalie, i dati “fuori media” (parlo di monitoraggi e rilievi ambientali, giusto per rimanere su un terreno che conosco bene). Sulle interpretazioni e spiegazioni si può e si deve discutere, altrimenti ci si blocca su premesse e ipotesi che possono anche essere false. Questo non per difendere il lavoro di Arnoldi o la critica di Corti, che sicuramente sapranno farlo meglio di me, con mezzi e in luoghi meglio deputati. MA questo per far riflettere sulla pluralità delle (possibili) visioni e interpretazioni di dati, statistiche, impressioni.
      Il fatto, il “true fact ” tanto caro agli amici anglosassoni, è uno. Le spiegazioni del fatto… be, vedete voi!

  3. 10/03/2010 08:26

    Dalla news letter di alpinia. net emerge questo ulteriore riferimento http://www.alpinia.net/editoria/recensioni/rec_scheda.php?azione=view&id=1228 al libro “sotto la lente” (diciamo pure che l’esimio professor Zolezzi non è andato oltre qualche nota tratta dal risvolto di copertina e prefazione).

    Ciao cecilia rarefatta, ben approdata da queste parti e grazie per il tuo contributo! La descrizione e la comprensione delle umane cose non è faccenda di poco conto, la mia impressione di profano è che in molti partano da grandi propositi e teoremi per poi finire a contemplare il loro ombelico… ma tu sei libera di contraddirmi (e istruirmi…)
    Gp

  4. cecilia2day permalink
    09/03/2010 20:07

    Beh… la tua recensione (piccina o emerita che sia, è una recensione, carissimo) mi aveva incuriosito, e sono andata a leggermi la ‘dissezione’ di Corti.
    In verità non l’ho terminata, ma è appassionante (d’altronde ho o no la fissa d’iscrivermi ad Antropologia?). Prima di procedere non posso non annotare qui il disappunto per il contenuto di quella prima citazione, riportata da Corti, a mio parere adeguatamente grassettata.
    [Preciso che montanara non sono, ma qualcosa sulle alture, qua e là, ho avuto la grazia di condividerlo].
    Dire che alcune considerazioni, con una base reale, sono estremizzate è sufficiente a definirle ma non a raccontare l’impatto che hanno. Un impatto triste, direi, parafrasando: che cementa impressioni sbilanciate su un unico versante. Deleterie per un lavoro che invece può essere nell’insieme interessante – ma se è così posso scoprirlo davvero solo leggendolo per intero.

    Un saluto campagnolo,
    la solita vecchia e ‘rarefatta’ C.

  5. 08/03/2010 09:09

    improvvisamente tutti parlano di questo libro… anche su ruralpini qui http://www.ruralpini.it/Commenti-Colonialismo%20culturale.htm
    anche cristian arnoldi dovrebbe essere a quel convegno a torino del 23 aprile

    • 08/03/2010 15:17

      Caspita, Michele Corti non è andato leggero con il suo intervento su ruralpini!
      Da buon profano in materia mi limito a riportare (“recensire” è una parola impegnativa) le mie impressioni su quel che ho letto e capito.
      Certo che sarebbe interessante assistere ad un dibattito tra i due, a questo punto!

  6. 07/03/2010 23:07

    Proprio in queste settimane sto vivendo con profonda mestizia la solitudine di una straordinaria montanara delle Valli di Lanzo rimasta vedova qualche anno fa. I suoi ricordi del suo uomo, più di 50 anni di matrimonio, i suoi due “cagnacci”, le galline, gli uccellini, la Cappella con i rintocchi dell’orologio e la distesa bianca che ammanta gli animi di silenzi abissali.

    E valli di vita dove la sua giovinezza si perde tra praterie e malghe, tra la durezza della montagna e la dolcezza dei panorami.

    Le veglie, le feste, le marce impossibili da immaginare nella nostra epoca di poveri sedentari.

    La scuola, la fame, la guerra, il freddo di una stanza con 5 gradi per dormire.

    E le nebbie dei monti dove un spuntone di roccia può sembrarti una marmotta di guardia.

    E scritti che raccontano di verità e di fede.

    La montanga ti chiede tanto, forse troppo.

    Ma non puoi fare a meno di amarla e di ritrovare Dio.

    Lassù.

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